Antichi Romani, le loro credenze più bizzarre: dal sangue dei gladiatori al fallo portafortuna

di Caterina Galloni
Pubblicato il 20 Dicembre 2020 10:36 | Ultimo aggiornamento: 18 Dicembre 2020 15:30
antichi romani, foto ansa

Antichi Romani, le loro credenze più bizzarre: dal sangue dei gladiatori al fallo portafortuna (foto Ansa)

Nella vita quotidiana, i Romani erano incredibilmente abili e rivoluzionari ma al contempo avevano alcune convinzioni e facevano cose abbastanza bizzarre.

Il sito medium.com ha pubblicato le sette credenze più strane. I

Il sangue dei gladiatori cura l’epilessia

Nonostante avessero fatto passi da gigante nel campo della medicina, i Romani credevano che bere il sangue di un gladiatore, o mangiarne il fegato, potesse curare l’epilessia.

Quando un gladiatore veniva ucciso, il suo sangue era regolarmente venduto.

Nel 400 d.C., quando i combattimenti dei gladiatori furono proibiti, i romani iniziarono a comprare il sangue di chi era stato giustiziato, in particolare di chi era stato decapitato, convinti che curasse comunque le crisi epilettiche.

Mancini

Nel corso della storia, essere mancini ha comportato un bel po’ di problemi e nell’antica Roma, non era diverso.

Se una persona era mancina, veniva considerata inaffidabile o sfortunata. La parola “sinistro” derivava dalla parola latina “sinistra” ed era associata al male.

Inizialmente i romani non avevano problemi con il lato sinistro delle cose, ma alla fine fecero loro il pensiero greco che considerava fortunato il lato destro.

Fallo portafortuna

I Romani usavano il fallo, o oggetti a forma di pene, come portafortuna.

Erano presenti nelle case come ornamento, li indossavano come collane e li usavano persino come campane eoliche. Pensavano che fossero simbolo di buona salute, fortuna e allontanassero gli spiriti maligni.

Urina

I Romani prendevano molto sul serio l’utilizzo dell’urina. L’imperatore Vespasiano nel I secolo d.C. applicò persino una tassa sull’urina poiché veniva usata per lavare il bucato.

Ciò la rendeva simile a quello che attualmente è un detersivo, una sorta di candeggina.

L’ammoniaca presente nelle urine sbiancava i vestiti, veniva prelevata dai bagni pubblici e successivamente tassata per il suo utilizzo.

I romani la usavano anche per pulire e sbiancare i denti. Si dice che fosse l’ammoniaca a dotarli di un sorriso bianco perla.

Bagni pubblici

I Romani nel trattamento delle acque reflue erano all’avanguardia e utilizzavano l’acqua sotterranea per spostare gli escrementi lontano dai bagni pubblici.

I bagni di epoca romana erano luoghi di incontro pubblico e concludevano affari mentre facevano i bisogni.

Nell’area c’era solo una fila di posti a sedere con i buchi che corrispondevano alla rete fognaria.

Data la mancanza di carta igienica utilizzano il tersorium, una spugna marina infilata a un bastone che veniva condivisa.

Veniva lavato in una grondaia da cui scorreva continuamente acqua e poi usato da un’altra persona con buona pace dell’igiene.

Igiene personale

I Romani avevano molta cura dell’igiene personale ma non usavano il sapone bensì oli profumati e sabbia fine.

Ne ricoprivano il corpo e poi il mix – una sorta di odierno scrub – veniva tolto con uno strigile. Uno strumento di metallo con un’estremità curva e un manico che raschiava dalla pelle l’olio e la sabbia.

Tinture per capelli

Per tingere la chioma i Romani avevano tecniche diverse, utilizzavano aceto, bacche o gusci di noci frantumati.

Il ccolore bruno-rossastro veniva ottenuto utilizzando un mistura ottenuta dall’albero dell’henné.

Per il colore nero, uno degli intrugli più bizzarri era composto da sanguisughe e aceto.

La miscela veniva lasciata fermentare e dopo due mesi applicata sui capelli (fonte: medium.com).