Banda larga: Italia divisa tra rame e fibra

di Redazione Blitz
Pubblicato il 9 Novembre 2020 10:04 | Ultimo aggiornamento: 9 Novembre 2020 10:04
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La copertura è nella media delle altre nazioni europee ma solo per le città. Siamo indietro nelle aree rurali e non solo al sud.  L’Italia sta cercando di recuperare terreno, nella copertura nazionale, con la banda larga. Se da un lato inseguiamo i campioni mondiali, dall’altro ricomincia la nostra corsa per la connettività. 

E’ quanto emerge dal Digital Economy and Society Index della Commissione Europea. 

Ma come è andata questa lunga corsa verso la connessione dell’intero Paese? 

Negli ultimi 20 anni il nostro Paese è caduto dalle prime posizioni – nel 2000 Milano era ai primi posti al mondo per le città cablate – al penultimo posto europeo, davanti solo alla Grecia, e poi abbiamo cercato la risalita, lentamente. Oggi stiamo piano piano risalendo, fino al 17° posto nella classifica europea, grazie alla copertura di Open Fiber che ha portato la tecnologia Ftth (Fiber to the home) a una copertura che nel 2018 era del 24%, salita al 30% nel 2019.  

Siamo ancora indietro rispetto all’UE, è vero, ma complessivamente davanti alla Francia e alla Gran Bretagna, riducendo nettamente il divario con il resto d’Europa

La copertura delle aree rurali resta un problema condiviso con alcuni stati europei, in cui il 10% delle abitazioni non viene raggiunta da alcuna rete fissa e il 41% non ha accesso a connessione con banda larga.

Il problema è evidente e non solo al sud (analoghi problemi si hanno in Lombardia, lontano dalle città principali)  ma molti operatori si stanno muovendo verso la fibra perché, come è evidente e come emerge da uno studio di Arthur D. Little, una rete interamente in fibra garantisce un tasso di guasti tra 2,5 e il 15 volte inferiore rispetto a una rete in rame, costi di manutenzione inferiori fino a 7 volte e consumi energetici tra le 2,2 e le 6,5 volte più bassi. Ed è per questo che incumbent nati con una rete nazionale in rame hanno avviato da tempo la conversione totale alla fibra. E’ successo ad esempio a Singapore – benchmark mondiale – che ha completato lo switch off nel 2018. 

L’Italia punta al 2025 ma fondamentale sarà il ruolo di Open Fiber e lo sviluppo del suo piano che prevede di cablare 20 milioni di abitazione entro il 2023. L’operatore wholesale partecipato da Enel e Cdp (Cassa Depositi e Prestiti) Equity, che è ormai vicino alla copertura di 10,5 milioni di abitazioni e che negli anni ha permesso al Paese di fare diversi passi avanti, ha collocato la società al terzo posto tra gli operatori europei FTTH e davanti a MasMovil e Vodafone Spagna oltre che prima assoluta per incremento netto di aree cablate sia nel 2018 che nel 2019. 

Con Open Fiber nel 2018 abbiamo guadagnato il record europeo di crescita (arrivando al 43,1% di crescita nella copertura) e ci siamo classificati secondi nel 2019 mentre Tim, primo operatore nelle telecomunicazioni del paese rimane regina della copertura in rame ma è fanalino di coda della fibra. Del resto i suoi vertici, non troppo tempo fa, dichiaravano che la fibra poteva non essere essenziale: “Siamo soddisfatti dalla capacità sempre maggiore del rame, la Vdsl arriva fino a 200 mega. Il rame ci potrebbe dare sorprese nei prossimi anni e anche un punto di domanda se questi investimenti (nella rete in fibra fino a casa) andavano fatti… o se dovevano essere più di tipo più professionale che abitativo”. “Il governo dovrebbe pensare ad abbassare i costi per le imprese, come quelli dell’energia, invece di costruire una infrastruttura più cara. La nostra, con la fibra fino all’armadietto (Fttc), costa molto meno”. Ma la storia li ha superati. 

“Con Open Fiber, Enel ha saputo interpretare molto bene il cambio di paradigma tecnologico sfruttando le sinergie tra le reti energetiche e quelle di comunicazione per proporsi come una Enercom, un nuovo tipo di superutility in grado di fornire entrambe le risorse a condizioni competitive perché dove ha reti elettriche può inserire con facilità la fibra e le reti di comunicazione hanno sempre bisogno di energia per funzionare. E’ auspicabile che anche altre utility la imitino” ha dichiarato Francesco Sacco, docente di digital economy all’Università dell’Insubria e della Bocconi a Il Sole 24 Ore. “Ciò le consente” continua “di coprire l’intero territorio nazionale con meno di 2000 centrali, peraltro più piccole, con meno personale, più facili da gestire e più ecologiche rispetto a quelle di Tim che copre lo stesso territorio con 10.4000 centrali avendo la sua rete in rame una distanza ideale tra e utente finale di circa 1,4 chilometri. Un’altra differenza è che, per ogni area servita, la rete di Open Fiber è pensata all’origine per offrire un servizio all’ingrosso e dare una rete autonoma fino a 20 operatori diversi contro i 3 della fibra di Tim”. 

 

Fonte: Il Sole 24 Ore