Brexit, a che punto siamo? Il punto di vista di Girolamo Stabile

di Girolamo Stabile
Pubblicato il 11 maggio 2018 12:39 | Ultimo aggiornamento: 11 maggio 2018 13:04

Londra –  Sono già passati quasi 2 anni da quando la maggioranza dei cittadini inglesi ha deciso di abbandonare l’Unione Europea, dando vita ad un lungo processo che dovrebbe portare la Gran Bretagna fuori dall’Unione nel 2020. Ma qual è lo stato dell’arte? Come si stanno evolvendo gli scenari? Ne abbiamo parlato con Girolamo Stabile, ecco il suo punto di vista.

Il senso generico della vittoria del “leave” ha lasciato al governo inglese il compito di meglio definire i termini secondo cui la Gran Bretagna dovrà lasciare l’Unione Europea. I negoziati portati avanti a questo fine con le istituzioni europee hanno dovuto tenere in considerazione alternative complesse e tempistiche dilatate. Elementi, questi, che hanno reso evidente quanto sia difficile un passo indietro dall’Unione Europea anche per una nazione che non aveva aderito né agli accordi di Schengen né all’Euro. Post-referendum sono emerse questioni commerciali e doganali che hanno portato il governo inglese ad ipotizzare varie soluzioni percorribili per l’uscita dall’Unione Europea, al fine di minimizzare i danni, in larga parte economici, che una hard-Brexit inevitabilmente comporterebbe. Pertanto, il governo inglese ha dovuto tenere in considerazione l’ipotesi di restare all’interno dell’unione doganale per salvaguardare i rapporti con l’Irlanda del Nord, ovvero, considerare l’ipotesi di restare all’interno del mercato unico per tutelare il 50 per cento dei propri scambi commerciali. Il dilemma politico che ne deriva è in sintesi: uscire dall’Unione Europea e conservare le attuali relazioni commerciali e/o doganali sulla base delle regole europee o, in alternativa, uscire totalmente senza mantenere alcuna prerogativa tipica degli stati membri.

A tal proposito, va, ad esempio, notato che parte della strategia post-Brexit del governo inglese sembra essere quella di stipulare nuovi accordi commerciali con il resto del mondo. In questo senso l’Unione Europea ha autorizzato la Gran Bretagna ad avviare negoziati anche durante la fase di permanenza transitoria che dovrebbe concludersi nel dicembre 2020.

Su questa base, il governo inglese, si è di recente rivolto ai paesi del Commonwealth, ossia l’organizzazione che riunisce 53 paesi, molti dei quali ex colonie dell’impero britannico. Tuttavia, l’effetto minimo di questa azione deriva dal fatto che attualmente solo il 9% delle esportazioni britanniche è rivolto al Commonwealth mentre il 43% è rivolto all’Unione Europea.

Tutto ciò posto, va soprattutto notato che la presa di coscienza delle conseguenze di un primo referendum probabilmente mal gestito, porterebbe alcuni esponenti della politica inglese a sostenere la tesi secondo cui l’esito dei negoziati in corso tra il governo inglese e l’Unione Europea dovrebbe essere nuovamente sottoposto a un secondo referendum, il cui eventuale esito negativo dovrebbe determinare la permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Europea.

Tralasciando ai fini che qui rilevano gli aspetti tecnico-legali relativi alla fattibilità e/o opportunità di intraprendere nuovamente la via referendaria, una ulteriore azione in questo senso dovrebbe partire probabilmente da una migliore divulgazione delle ragioni del “leave” e del “remain” sulla base anche di quanto è fin qui emerso. Di conseguenza, occorrerebbe una maggiore comprensione del fenomeno da parte di tutti gli inglesi e non solo da parte delle élite del paese, altrimenti l’esito di un nuovo referendum, per cosi dire “riparatore”, potrebbe non essere quello auspicato.

Ripercorrendo l’analisi della vittoria del leave proposta da Marco Revelli nel suo libro Populismo 2.0 (Einaudi, 2017) è possibile notare quanto segue. Il referendum ha avuto una partecipazione notevole pari al 72,2% degli aventi diritto, vale a dire 33 milioni e mezzo di cittadini. Il leave ha avuto una maggioranza pari al 51.9% rispetto al 48.1% del remain, registrando uno scarto di voti pari a 1.269.501.

In aggiunta, ciò che soprattutto rileva ai fini dell’analisi di questo esito secondo l’autore è stata la distribuzione del voto sul territorio inglese. L’approvazione del leave è arrivata da un “voto geografico” più che da un voto politico.

Immaginando la mappa della Gran Bretagna, l’impressione che ne deriva è la seguente: la Scozia e l’Irlanda si sono mostrate uniformemente a favore del remain, il resto della nazione, di converso, a favore del leave ad esclusione di Londra e qualche altra città.

Continuando l’analisi del link voto/territorio, si può notare quanto segue. Il leave prevale in 263 votino area su 392 in particolare questo voto prevale nelle aree rurali e nei piccoli centri e si sviluppa in senso parallelo con lo status sociale dei votanti. Più in dettaglio, il voto contro l’Europa è arrivato principalmente dalle aree più isolate del Paese, meno scolarizzate e presumibilmente, anche meno informate, ma anche da molte città (di medie e grandi dimensioni)  in cui si trovano gli insediamenti industriali del paese colpiti dal declino della Old Economy e del settore manifatturiero.

In senso diametralmente opposto, il voto a favore dell’Europa è arrivato da quella parte di territorio in cui sono presenti attività economiche legate alla finanza, alla comunicazione, al terziario e quaternario avanzato. In sintesi, tutte attività influenzate dalla globalizzazione e rappresentate dalla new economy. In aggiunta, anche il dato anagrafico rileva come le fasce di età alta (dai 55 anni e pensionati) si sono orientate verso il leave.

Pertanto, alla base dell’esito del referendum non sembra esserci una cultura politica di riferimento, ma piuttosto uno stato d’animo avverso all’Unione Europea. A favore del leave hanno giocato un ruolo determinante la questione dell’emigrazione ed i costi sostenuti per l’appartenenza all’Unione Europea. Analogamente, a favore del remain ha giocato un ruolo determinante l’eventuale impoverimento del paese e la scomparsa e/o ridimensionamento della City.

Ciò posto, pare anche interessante notare gli aspetti di propaganda e/o di comunicazione artistica legata alla campagna relativa alla Brexit. In questo senso si può fare riferimento ad una mostra in corso al The Design Museum di Londra.

girolamo-stabile-bus-brexit

Il titolo della mostra è: “Hope to Nope  – Graphics and politics 2008-2018”. La mostra in generale si occupa della relazione tra comunicazione e politica negli ultimi dieci anni. In questo contesto, sono presenti anche immagini usate durante la campagna del Brexit e opere prodotte da artisti dopo il referendum. Tra le tante immagini presenti, per quanto fin qui detto si da evidenza di una foto e dell’opera di un artista inglese. La prima è la foto del “Vote Leave Bus” che rappresenta una immagine chiave della campagna. In particolare, si nota un enorme bus rosso in cui campeggia una scritta bianca secondo cui il costo della permanenza all’interno dell’Unione Europea sarebbe pari a 350 Mln di Sterline a settimana. Un somma questa, che sempre secondo lo slogan potrebbe essere meglio impiegata a favore del servizio sanitario inglese. La seconda è un’opera realizzata dall’artista inglese Mr. Bingo. Il titolo dell’opera è “Brexit Tea Towel” e a fronte della seguente scritta: “people who voted for brexit who are now dead” vi sono 9 file di disegni raffiguranti i volti di persone anziane.

girolamo-stabile-Brexit_Tea_Towel

Per concludere, la campagna della Brexit si può riassumere nell’immagine di un tessuto sociale diviso, in quanto diversi sono gli interessi e la predisposizione al cambiamento. Da qui al 2020, pertanto, chi prepara un eventuale nuovo referendum dovrà soprattutto supportare un confronto sociale mirato essenzialmente sulla percezione della questione europea nel suo complesso.

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