Flussi migratori cambiano: cercasi lavoro in Brasile, Cile, Malesia. Basta Usa

di Francesco Montorsi
Pubblicato il 11 Dicembre 2013 7:28 | Ultimo aggiornamento: 10 Dicembre 2013 15:41
Flussi migratori cambiano: cercasi lavoro in Brasile, Cile, Malesia. Basta Usa

Un immigrato in Malesia (foto Lapresse)

NEW YORK – Sembra il sogno di tanti migranti che vanno in America: un lavoro fisso e 500 dollari da mandare ogni mese con Western Union là dove vive la moglie, o il marito, insieme ad un bambino. Questo sogno, semplice e per molti vitale, esiste da anni ed esisterà finche gli squilibri economici provocheranno ingenti flussi migratori. Ma ora quel sogno non prende più vita come prima solo a New York, Los Angeles o Chicago. Tanti migranti dell’America Latina non vanno più verso nord, verso i ricchi Stati Uniti, e si dirigono in un terzo paese.

Le singole storie di questi uomini e donne sono la testimonianza di un cambiamento storico nell’andamento dei flussi migratori. Sempre più migranti non cercano più negli Stati Uniti i lavori con paghe migliori che gli permetteranno di spedire le rimesse nei Caraibi, in Asia o in America Latina. Oggi, ad attrarre la forza lavoro, qualificata o diplomata, sono anche tanti paesi detti emergenti, il Cile, il Brasile e la Malesia in testa.

I dati sulle rimesse sono uno dei pochi indicatori affidabili sui flussi migratori, poiché è impossibile, per definizione, calcolare precisamente l’emigrazione illegale.

Secondo la principale azienda di transazioni economiche, la Western Union, negli ultimi dieci anni metà dei trasferimenti di denaro sono stati generati negli Stati Uniti. Eppure, nel 2012, solo il 30% circa dei trasferimenti riguardavano il paese nordamericano.

Le rimesse, che tanta parte hanno contato anche per la storia economica italiana, rappresentano un elemento fondamentale nella lotta contro la povertà. Nel caso di molti paesi in via di sviluppo, i trasferimenti di denaro degli emigranti corrispondono a somme ben più elevate che i veri e propri aiuti internazionali per lo sviluppo.

I numeri illustrano il fenomeno meglio di qualsiasi parola. Dieci anni fa i trasferimenti in entrata rappresentavano il 70% delle rimesse transitanti per il Cile. Sono passati l’anno scorso al 40%. In Brasile le rimesse in uscite sono passate dal 10% nel 2002 al 40% di oggi. In questo paese, il fenomeno si accentuerà nei prossimi mesi e anni, grazie tra l’altro ai  Mondiali di Calcio e alle Olimpiadi del 2016.

In questo mosaico delle migrazioni che i cambiamenti economici stanno riplasmando, un altro fenomeno degno di nota è l’avvio di un’emigrazione dai – e non più verso i paesi sviluppati. La crisi economica, e il suo interminabile strascico di disoccupazione, sta spingendo sempre più giovani diplomati europei, particolarmente colpiti dalla congiuntura, verso paesi emergenti che hanno bisogno di lavoratori qualificati. La Spagna e il Portogallo, in particolare, infoltiscono i ranghi della forza lavoro che fa bagagli in cerca di maggior fortuna in direzione di paesi dell’America Latina o di un’ex colonia portoghese ricca di petrolio come l’Angola.