Neet, giovani che non studiano e non lavorano. Ecco come si recuperano

Pubblicato il 21 ottobre 2011 0:00 | Ultimo aggiornamento: 20 ottobre 2011 13:17

MILANO – Sono due milioni solo in Italia: si tratta di ragazzi che non hanno voglia di studiare o di imparare una professione o addirittura di lavorare. I neet (not in education, in employment or in training) sono un esercito immobile, che ha deciso di rinunciare a lottare per il proprio futuro: sono tanti quanti i disoccupati italiani (circa 2 milioni di individui). Purtroppo, però, se il numero dei disoccupati nostrani è migliore rispetto alla media europea, i neet italiani superano del doppio la media continentale.

Una proporzione che segnala una vera e propria minaccia sociale: vista la bassa crescita demografica, è indispensabile salvaguardare i giovani e recuperarli qualora abbiano perso la motivazione per interagire con la società.

Secondo il ‘Rapporto annuale sulla situazione del Paese nel 2010’ pubblicato dall’Istat, gli uomini (concentrati prevalentemente al Centro) hanno segnalato un incremento dei fenomeni di scoraggiamento superiore a quello delle donne (concentrate al Nord). Ma il record di neet spetta al Sud, nelle città di Catania, Brindisi, Palermo, Napoli. Le motivazioni? La crisi occupazionale e la difficoltà di riuscire a trovare un lavoro soddisfacente. E poi c’è il contesto sociale: nelle aree economicamente depresse, la povertà aiuta l’emersione dei neet.

Cosa fare a questo punto? Nell’ultimo anno sono nate diverse iniziative volte al recupero dei neet. Come quella dell’agenzia Temporary, che ha avviato un programma di percorsi di orientamento e formazione gratuiti per facilitare l’ingresso di questi profili nel mercato del lavoro. Un progetto che riguarderà 1.500 allievi, con oltre 370 corsi fino alla fine dell’anno. E anche l’agenzia interinale Gi Group ha organizzato giornate d’orientamento speciale dedicate a questa fascia di candidati. Ma secondo molti sociologi, il problema dei neet deve essere risolto a livello socio-culturale e non può essere affrontato solo in maniera puntuale.

La questione dei neet riguarda ormai il continente intero, tanto che la Ue ha stabilito che questa categoria negativa deve essere ridotta fino al 15% complessivo dei giovani entro il 2020. Anche da questa considerazione è nato un progetto innovativo della Commissione europea chiamato “The Moving Project”. L’idea è semplice ma efficace: coinvolgere i ragazzi in un progetto di medio periodo, cadenzato, che possa risvegliare le loro velleità artistiche. E così nasce l’idea di realizzare un musical, basato sul ‘Sogno di una notte di Mezzaestate’ di William Shakespeare: «Il problema più grosso è stato avvicinare i ragazzi – racconta Anne Francoise Storz, coordinatrice generale del progetto Moving – E poi tenerli legati alle iniziative, a volte abbiamo chiesto il supporto dei servizi sociali, del centro per l’impiego e anche della polizia. Perché sono diventati dei neet? Alcuni tra i nostri hanno perso violentemente i genitori, altri non trovano lavoro, altri sono caduti nelle trappole delle droghe, altri sono rom e quindi i genitori non li mandano a scuola».

Finanziato nell’ambito del programma europeo Leonardo Da Vinci, il progetto, concluso da poco, ha interessato 60 ragazzi provenienti da Italia, Spagna e Regno Unito. All’iniziativa hanno contribuito tre partner: la Provincia di Crotone, la Junta de Andalucia e la Lipa (Liverpool Institute for Performing Arts) importante scuola di arti performative fondata da Paul McCartney e Mark Featherstone-Witty. Eppure quando “The Moving project” è stato lanciato non si pensava che la questione dei neet sarebbe esplosa: «Nel 2009, anno in cui è stato approvato il progetto, si parlava poco dei neet – continua la Storz – Adesso, grazie ai buoni risultati, questa iniziativa è diventata una “buona pratica”, un modello da seguire. Infatti, la Regione Calabria ha deciso di finanziare – ove possibile in base alle esigenze di budget – il progetto su tutto il territorio di sua competenza». A giugno scorso, “The Moving project” ha portato in scena i partecipanti, attraverso una performance finale a Liverpool, sul palco della Lipa.

La cosa più importante è che il musical ha riacceso la motivazione dei ragazzi, come conclude la Storz: «Farli partecipare al progetto non è stato facile, in molti dovevano essere continuamente tenuti sotto attenzione. Ma ora raccogliamo i frutti: alcuni vogliono diventare attori, altri hanno ripreso a studiare e vogliono riprendere l’università, altri hanno trovato lavoro grazie a questo progetto».