Parabolani, talebani…c’è una religione che uccide? C’erano una volta Ipazia e San Cirillo

Pubblicato il 21 Aprile 2010 16:07 | Ultimo aggiornamento: 21 Aprile 2020 10:33

Ipazia

Parabolani fa rima con Talebani? Le religioni monoteistiche covano un nocciolo irriducibile di intolleranza? Quel che rimproveriamo oggi all’Islam militante e militare è stato ieri del Cristianesimo? La certezza, espressione già forte per un evento che risale a circa 1600 anni fa, è che Ipazia è stata uccisa dai Parabolani. Uccisa, secondo uno dei racconti più accreditati, in modo orribile: fatta a pezzi, trascinata con un carro e poi data alle fiamme.

Ipazia di mestiere faceva la matematica e l’astronoma. In più era donna e, causa scatenante della sua morte, non era cristiana. Che fosse o meno pagana non è certo: si occupava di filosofia e quindi, con tutta probabilità, della fede aveva una sua personalissima visione.  I Parabolani, invece, di quel cristianesimo giovane erano una delle avanguardie più oltranziste: relativamente pochi di numero (massimo 500 per legge, almeno ad Alessandria d’Egitto), sulla carta si occupavano della cura dei malati. In realtà erano sia fanatici del martirio che curavano gli appestati sperando di essere contagiati e di morire servendo Cristo,  sia le guardie del corpo del vescovo. Ed è più che probabile che proprio da un vescovo, Cirillo di Alessandria, poi fatto santo, sia arrivato l’ordine di uccidere Ipazia la cui colpa capitale era quella di essere una donna che aveva abbracciato la scienza in un mondo di uomini che preferivano abbracciare il dogma e la calda certezza della Verità rivelata.

Quasi duemila anni dopo Ipazia torna di attualità. Ufficialmente per un film dalla genesi travagliata, Agorà, del regista spagnolo Alejandro Amenabar, uno che di questioni poco amate dalla Chiesa rischia di diventare uno specialista. Qualche anno fa, prima che il tema divenisse caldo anche da noi con le storie di Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro, il regista con Mare Dentro aveva scatenato un dibattito sull’eutanasia. Ora Agorà ripercorre la vita e la morte della matematica alessandrina e non può che imbattersi nel problema della tolleranza, del rapporto tra fede e verità, e, soprattutto, sul tema dei Parabolani del nostro tempo.

Sulla figura di Ipazia rivisitata da Amenabar, martedì 20 aprile a Milano c’è stato un convegno a Milano. A parlarne, tra gli altri, anche figure come Umberto Eco, il teologo Vito Mancuso, il presidente di Mikado Franco Tatò, la medievalista Maria Teresa Fumagalli e il direttore di Reset Giancarlo Bosetti. Non appena l’attenzione si è spostata sul vescovo Cirillo e quindi sul problema del fondamentalismo religioso, i discorsi dei relatori si sono incentrati sulla figura Papa Benedetto XVI. A chiamarlo per primo in causa è stato Mancuso che ha ricordato come, nel 2007, celebrando proprio il “Padre della Chiesa” Cirillo, Ratzinger si sia limitato a ricordare esclusivamente che “governò Alessandria per 32 anni con grande energia”. Nessun cenno, invece,  allo smembramento del corpo di Ipazia.  Un silenzio reticente che non è piaciuto a Eco secondo cui “è come se uno storico, rievocando Pio XII ignorasse il suo controverso atteggiamento nei confronti dell’Olocausto”

Come dimostra anche il dibattito tra i lettori suscitato da  un precedente articolo di BlitzQuotidiano, il problema del rapporto tra fede e tolleranza è più vivo e sentito che mai. Erano gli inizi di ottobre, e primo indizio della scomodità della questione, di Agorà non era neppure dato sapere se mai sarebbe stato prodotto e distribuito in Italia. Il film era pronto ad entrare nei cinema di tutta Europa mentre nel nostro Paese nessuno si era preso la briga di acquistarne i diritti, e non certo per problemi di incassi incerti visto che da The Others in poi Amenabar non ha mai deluso al botteghino. Alla fine, con sei mesi di ritardo, e dopo appelli sulla carta stampata e petizioni su Facebook, Agorà è riuscito ad intrufolarsi anche nelle ostili sale italiane dove sarà proiettato per la prima volta il 23 aprile.

La questione della distribuzione del film era più sensibile, una questione di opportunità. Racconta Andrea Cirla, il responsabile della Mikado (gruppo De Agostini) che distribuisce Agorà in Italia: “Quando lo abbiamo comprato, prima del doppiaggio, lo abbiamo mostrato ad una commissione di giornalisti e prelati del Vaticano. C’è stata una reazione stizzita, poi è scesa una coltre di silenzio”. Il film, insomma, disturba e non perchè sia fatto bene o male. Amenabar ha fatto le sue scelte e quelle saranno oggetto di valutazione di pubblico e critica.

Il nodo è un altro: i Parabolani, in odore di eresia già al tempo di Ipazia,  sono davvero estinti? Il loro nome significa “coloro che rischiano la vita”. Allora il rischio era legato alla frequentazione degli ammalati, è vero. Ma anche oggi le cronache sono piene di martiri. Forse disturba, ma i kamikaze che si riempono di esplosivo e ammazzano decine di persone lo fanno per andare in paradiso. Esattamente come quelli che si facevano sbranare dai leoni. Il martirio, in fondo, è tutto qua, nel sacrificare a Dio un dono sacro che Dio fa all’uomo, cioè la vita. Paradossale, però: se uno si fa squartare per non abiurare va bene, se invece una persona in fin di vita chiede di soffrire qualche giorno in meno invece no.  È  il bizzarro relativismo della sacralità della vita.

I grandi temi affrontati da Amenabar in Agorà, sono quelli della Verità e del nesso tra religione e intolleranza. Due problemi che rimangono in piedi a prescindere dalle imprecisioni storiografiche denunciate da chi il film non ha digerito. Non si tratta di capire se Sinesio, filosofo neoplatonico e uno dei vescovi coinvolti nella vicenda,  fosse calvo (come sembra probabile visto che è l’autore di un “Elogio della calvizie”) o foltocrinito (come appare nel film). Il punto non è neppure se l’uccisione di Ipazia sia effettivamente un “martirio pagano” come denunciato dai filosofi illuministi o un omicidio essenzialmente politico. Il problema vero è capire se, tra le pieghe di ogni grande religione monoteistica, si annidi ben nascosta un’ineliminabile dimensione di intolleranza. Amenabar con il suo film sembra voler sostenere questa idea, dalla scelta del tema al modo con cui lo porta avanti. Una visione che disturba chi, invece, preferisce etichettare errori e violenze come episodi marginali di un grande cammino di ricerca della verità. Una Verità che, però,  è una e una sola, e rivelata una volta per tutte.