Antidoping: atleti comunicavano in ritardo la residenza per evitare i controlli

di Redazione Blitz
Pubblicato il 10 settembre 2014 18:58 | Ultimo aggiornamento: 10 settembre 2014 18:58
Antidoping: atleti comunicavano in ritardo la residenza per evitare i controlli

Antidoping: atleti comunicavano in ritardo la residenza per evitare i controlli (LaPresse)

ROMA – Comunicavano in ritardo la loro residenza per schivare i controlli dell’antidoping: sono atleti italiani di tutte le specialità (velocisti, saltatori, mezzofondisti, marciatori). I loro nomi sono venuti fuori nell’ambito dell’inchiesta sul doping della procura di Bolzano, indagine che è partita dal caso di Alex Schwazer. Sugli atleti coinvolti non è partita un’altra indagine perché non si tratta di un reato ma di un possibile illecito sportivo dovuto a un’interpretazione “lasca” del Codice mondiale antidoping della Wada (World antidoping agency).

Il Codice della Wada impone all’atleta di mettere a disposizione alle autorità antidoping la sua “reperibilità”. Ogni tre mesi bisogna comunicare i luoghi di residenza, di allenamento e quelli dove si trascorrono tempo libero e vacanze, in modo da permettere agli uomini della Wada di effettuare controlli a sorpresa in qualsiasi momento. Ma dalle carte della procura di Bolzano, alla luce di una cinquantina di testimoni, emerge che i dati sulla reperibilità venivano sempre forniti in ritardo, di uno o due mesi, vanificando così “l’effetto sorpresa” dei controlli antidoping.

Scrive Andrea Pasqualetto sul Corriere della Sera:

“Di competenza di questa giustizia sarà anche il caso degli staffettisti azzurri della 4×100 che nel 2010 hanno conquistato l’argento ai campionati europei di Barcellona, stabilendo nell’occasione il nuovo primato italiano, e quello del velocista Andrew Howe. Sono stati tutti sentiti come persone informate sui fatti, raccontando un sorprendente quadro di complicità fra atleti e medici della Federazione Italiana di atletica leggera (Fidal). «All’atto dell’antidoping dopo la finale informai il dottor Fiorella (Pierluigi Fiorella, medico Fidal che in passato si occupò di Panetta, Di Napoli, Bordin, Baldini, ndr ) che era presente, il quale mi disse che il Bentelan (farmaco a base di cortisone, proibito al di fuori della cura, ndr ) che mi era stato prescritto dal dottor Fischietto (altro medico federale, ndr) per curare la peritendinite non andava dichiarato…», ha rivelato Simone Collio, uno dei quattro velocisti azzurri (gli altri erano Emanuele Di Gregorio, Maurizio Checcucci e Roberto Donati).

«Per l’omologazione del record italiano era indispensabile il controllo – ha aggiunto Checcucci -. A Fiorella dissi che avevo fatto la mezza puntura di cortisone più o meno la settimana prima e chiesi se potevo avere problemi con l’antidoping. Lui mi disse di no perché avremmo potuto fare una dichiarazione dell’uso di mesoterapia sul tendine al momento del controllo… Lui mi ha aiutato a fare questa dichiarazione».

È invece questione penale quella di Schwazer che ha ampiamente confessato il doping prima dei Giochi olimpici di Londra, nell’agosto del 2012. Per questa vicenda sono indagati in quattro: il marciatore altoatesino, oro olimpico a Pechino, i due ex medici federali Fiorella e Fischietto e l’ex dirigente della Fidal Rita Bottiglieri. Per i medici e il dirigente l’accusa è il favoreggiamento: sapevano del doping ma non hanno fatto nulla per evitarlo. Loro negano. Come negano di essere stati a conoscenza della frequentazione di Schwazer con Michele Ferrari, il medico sportivo di Lance Armstrong inibito all’esercizio della professione. Vittorio Visini, tecnico federale della marcia dal 2000 al 2012, la racconta in un altro modo, riconoscendo che la Federazione era a conoscenza dei contatti fin dal 2010: «Io ho riferito a Fischetto, al direttore tecnico Uguagliati e a Rita Bottiglieri che Ferrari era presente al raduno di Teide, alle Canarie, e che i due si erano parlati»”.