Atalanta, Ruggeri: “Costretto a cedere la squadra, ora denuncio”

Pubblicato il 20 Novembre 2012 16:47 | Ultimo aggiornamento: 20 Novembre 2012 16:48

Atalanta, Ruggeri: “Costretto a cedere la squadra, ora denuncio” (nella foto LaPresse Ivan papà di Alessandro)

BERGAMO – Alessandro Ruggeri, ex presidente dell’Atalanta, ha rilasciato un’intervista esclusiva all’inviato della Gazzetta dello Sport Roberto Pelucchi. 

Ruggeri ha spiegato in maniera dettagliata i motivi per i quali è arrivato a cedere la società di calcio bergamasca. L’ex presidente atalantino ha accusato ultrà violenti e finti amici.

Riportiamo alcuni passaggi della sua intervista alla Gazzetta. 

Ruggeri, l’inchiesta sugli ultrà si è chiusa e le carte descrivono una rete di complicità inquietante. Che idea si è fatto? 
“Ho letto di ultrà, politici e persino componenti del CdA che si confrontavano su come costringerci a vendere. In tutti i modi, picchiando o non picchiando. Addirittura a prezzo modico, come se spettasse a loro stabilire il valore di un club”.

Perché ha venduto? 
“Bisogna fare un passo indietro. Mio papà Ivan ha comprato l’Atalanta nel 1994 ed è rimasto presidente fino al 2008, quando ha avuto il malore. In 14 anni ha subìto pressioni di ogni tipo, nonostante i risultati fossero in linea con quelli di una squadra di provincia”.

Come spiega questa ostilità? 
“Papà non scendeva a compromessi. Non è mai andato alla festa della Dea, come fa qualcuno adesso…”.

Avete venduto per paura? 
“Sì, per paura. E non abbiamo venduto a prezzo di mercato. Oltre ad Antonio Percassi c’erano degli stranieri che volevano l’Atalanta, ma non li conoscevo. I tifosi, i politici, persino il giornale cittadino, che non ci ha mai amato, spingevano per Percassi. Ho pensato al bene dell’Atalanta. Guarda caso, dopo la vendita si sono ritrovati tutti uniti. Senza quel clima insostenibile, non avrei mai venduto”.

Il suo futuro quale sarà? 
“Alcuni presidenti mi hanno chiesto di lavorare con loro, qualcuno mi ha proposto di rilevare società in difficoltà. In futuro, forse. Ma mai più in Italia”.