Calcio, il governo di Ponzio Pilato: “Scudetto Inter? Noi che c’entriamo?”

di Emiliano Condò
Pubblicato il 15 Luglio 2011 9:57 | Ultimo aggiornamento: 15 Luglio 2011 10:53

ROMA – Niente revoca e niente censura: lo scudetto 2006, quello da più parti ribattezzato “scudetto di cartone”, resta nelle mani dell’Inter. Ci rimane contro ogni logica e ogni evidenza probatoria, nonostante un’archiviazione per prescrizione dal sapore di condanna, quella scritta dal Procuratore Federale Stefano Palazzi qualche giorno fa, proprio ai danni della società di Massimo Moratti.

Se l’Inter si tiene lo scudetto (il tutto sarà ufficiale lunedì con una delibera ad hoc) lo si deve ad una non decisione che decide, quella di giovedì 15 luglio del Consiglio Federale, ovvero il governo del calcio italiano. Si sono seduti in assemblea dopo aver chiesto un articolato parere legale e hanno deciso per la cosa più comoda e più ovvia: “Non siamo competenti, non tocca a noi togliere o meno lo scudetto all’Inter”.

La motivazione del Consiglio è semplice: “Siamo un organismo amministrativo e non giuridico, ergo non possiamo decidere”. Il presidente dell’Associazione italiana allenatori lo dice in modo ancora più chiaro: “Siamo politici e non giudici”. Come a dire: “Cosa volete da noi? Siamo l’esecutivo del calcio, mica la magistratura. Che c’azzecchiamo con il decidere?”.

Tutto chiaro? Assolutamente no, e non solo perché la Juventus di Andrea Agnelli, che quello scudetto lo aveva richiesto indietro, protesta. A non tornare è qualcosa di più profondo, irrisolto e irrisolvibile. Per capire cosa occorre fare un passo indietro, fino al 2006, allo scoppio pubblico dello scandalo Calciopoli. Il 26 luglio lo scudetto viene assegnato all’Inter. Chi lo decide? Non lo decidono “i giudici” ma la stessa Figc, allora commissariata sotto la guida del giurista Guido Rossi. La decisione fu presa dopo aver ascoltato il parere legale di tre saggi e la Federazione, allora, non si fece il problema della distinzione tra amministrativo e giuridico.

Giusta o sbagliata che fosse, quella del 2006 era una decisione. Quella che oggi il Consiglio pilatescamente si rifiuta di prendere. Allora, di inesattezze, ne furono dette e scritte tante, come quella che la Uefa chiedeva una squadra campione d’Italia per assegnare i posti Champions. Falso. Alla Uefa serviva un elenco di squadre che avrebbero disputato le coppe. Lo scudetto, quindi, poteva non essere assegnato affatto. Allora si decise e fu decisione politica e non giuridica. Oggi non si decide accampando il pretesto dell’incompetenza giuridica.

Amarissima e lucida è l’analisi di quanto accaduto fatta sul Corriere della Sera da Mario Sconcerti. A caldo, appena uscita la sentenza, Sconcerti aveva scritto: ” Ma i dirigenti di un’ azienda con oltre trenta milioni di clienti non possono permettersi di lasciare agli avvocati le loro decisioni. Gli avvocati danno pareri, i dirigenti hanno poi il dovere di assumersi la responsabilità di decidere, anche se è un rischio. Qualunque decisione sia. La decisione rappresenta proprio questo, personalizzare un regola, andarle dentro e oltre. Farsene carico”. Il giorno dopo, Sconcerti è ancora più incisivo: “Si possono tirare conclusioni. La prima è un grande senso di vuoto: il governo della più grande associazione italiana dice di non essere competente sull’assegnazione dello scudetto. Su che cosa è competente, allora?”.

Discorso a parte è il capitolo Juventus. Andrea Agnelli ha ragione a lamentarsi e a chiedere rispetto. Ha ancora più ragione quando sbotta e dice: “Qui non è in gioco l’onorabilità delle persone, che in alcuni casi non sono in condizioni di decidere (non ci vuole l’ermenutica per cogliere l’allusione a Giacinto Facchetti, ndr), qui è in gioco la credibilità del sistema”.  Ha però torto marcio a chiedere indietro lo scudetto 2006. Che non spetti all’Inter, infatti, non significa che spetti alla Juventus. Tutte le intercettazioni uscite dopo la sentenza sportiva non assolvono la Juve, casomai allungano l’elenco dei colpevoli. E le colpe hanno gradi diversi: illecito è sia gestire designazioni e arbitraggi sia agire per “tutelarsi” dalle ingerenze altrui. Colpe diverse per cui la pena non può essere la stessa.

Come se non bastasse nella discussione entra anche la Fiorentina, una delle società che per il primo Calciopoli hanno pagato (persero la qualificazione in Champions). I viola individuano un responsabile su tutti, Attilio Auricchio, il tenente colonnello dei carabinieri che coordinò l’indagine e selezionò le intercettazioni mandate alla giustizia sportiva. Per quelle carte “dimenticate” probabilmente hanno pagato solo alcuni. Oggi Auricchio non parla. Allora, invece, da più parti si disse che la Procura aveva selezionato solo le intercettazioni “penalmente” rilevanti, visto che Luciano Moggi e altri dirigenti, non si dimentichi, a Napoli sono sotto processo penale accusati di “associazione per delinquere finalizzata alla frode sportiva”.

Corretto? Forse. Rimane il fatto che su una verità parziale la giustizia sportiva decise nel 2006. Allora potevano non sapere che mancava una parte della storia. Oggi che è noto la giustizia sportiva prescrive perché è obbligata a farlo dalla legge e il governo del calcio non decide dichiarandosi incompetente. Escono tutti fuori dal campo di battaglia. Tutti fuori meno due: Moratti e Agnelli, il galantuomo che non vinceva mai diventato vincitore antipatico e il rampollo che avanza che vorrebbe restaurare la vecchia Juve. In un calcio sempre più povero tecnicamente potrebbero essere le parole a riempire le pagine di giornali.