David Ginola racconta il suo dramma: “Sono morto clinicamente per otto minuti”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 13 novembre 2018 20:34 | Ultimo aggiornamento: 13 novembre 2018 20:35
David Ginola racconta il suo dramma: "Sono morto clinicamente per otto minuti”

David Ginola racconta il suo dramma: “Sono morto clinicamente per otto minuti”

LONDRA (INGHILTERRA) – David Ginola, nel corso di una intervista esclusiva rilasciata al The Sun, ha ripercorso le emozioni di una giornata tragica per il francese, il 19 maggio del 2016, quando il cuore dell’ex calciatore del Tottenham si è fermato per otto minuti prima di essere salvato dall’intervento provvidenziale del defibrillatore. 

Il 19 maggio 2016 è stato colto da un infarto mentre stava disputando una partita di golf; ricoverato in ospedale, è stato sottoposto a un impianto di quadruplo bypass, a causa delle gravi lesioni coronariche.

Il racconto di David Ginola

“Mi sono sentito mancare e poi sono crollato a terra. È stata una situazione molto spaventosa anche perché non c’erano stati avvertimenti, niente allarmi”. “Qualcuno sul campo da calcio, grazie a Dio, è stato in grado di eseguire il CPR, ma su quindici persone, solo due ne erano in grado. Evidentemente c’è qualcosa di sbagliato, anche se quei due che sono stati capaci di usare il CPR mi hanno salvato la vita”.

“Molti di coloro che erano con me pensavano che stessi scherzando, poi è stato un mio amico a capire la gravità della situazione. Ho ingoiato la lingua e i miei amici hanno fatto di tutto per tirarla fuori dalla mia lingua ma i miei denti continuavano a chiudersi”.“Quelli del servizio d’emergenza dissero ‘Dimenticate il problema della lingua, è morto, il suo cuore si è fermato, dobbiamo concentrarci sul petto’.

Il mio cuore si è fermato per otto minuti almeno, non c’erano impulsi, ero morto e quando anche la terza scossa con il defibrillatore non ha dato esiti hanno iniziato a perdere la speranza”.Devo ringraziare il mio amico Frederic Mendy, sono vivo grazie a lui, con il suo intervento ha fatto in modo che il sangue continuasse ad arrivare al cervello”.