Andrea Pirlo da Pallone d’oro. Perfino il New York Times lo idolatra

di Warsamè Dini Casali
Pubblicato il 26 Giugno 2012 10:29 | Ultimo aggiornamento: 26 Giugno 2012 10:55

andrea pirloROMA – L’ultima lezione di Andrea Pirlo, fenomeno senza lustrini e tatuaggi, è sul corretto uso delle posate: una  cucchiaiata del nostro calciatore tutto “genio e regolatezza”, in un  colpo solo paralizza il tarantolato portiere Hart, vendica il tremebondo Montolivo, costringe il poveraccio che doveva tirare il rigore dopo di lui a forzare il gesto e rifugiarsi nella botta scaccia pensieri, che infatti a Young si stampa sulla traversa. E’ qui, a un passo dal baratro dell’eliminazione oltraggiosa, a un filo dall’esaurimento delle residue energie e del collasso nervoso, che Andrea il taciturno, esalta i suoi compagni, è qui che vince la partita. Vero uomo squadra, anche sul New York Times si sono accorti della maestria con cui accarezza il pallone. Per Ted Hughes, ancora incredulo per la perfezione della palla a giro che ha anestetizzato per un po’ la Croazia, uno così non lo vendi mai, nemmeno a 33 anni. Sembrerebbe ovvio, ma il Milan che si è tenuto un Flamini a 4 milioni e mezzo l’anno, lo ha dato via per non rinnovargli il contratto da 4 di milioni. E quello gli ha restituito il favore andando a vincere lo scudetto alla Juventus, scucendolo un centimetro alla volta dalla casacca rossonera.

E non era la prima volta. Vale la pena chiedersi ancora come fu che Moratti, che ce l’aveva nell’Inter, scaricò al Milan 10 anni fa, quel talentuoso numero 10 che avrebbe vinto tutto, ma proprio tutto, a parte gli Europei che chissà, magari è la volta buona? Anche il Pallone d’oro, in effetti, non ha vinto: dice che quest’anno, forse, con l’Italia in finale, ma davvero questo riconoscimento aggiungerebbe qualcosa alla sua prodigiosa carriera? Non vale la pena chiederselo così come non vale la pena comprendere per quale ragione Pirlo, che rispetto a compagni ed avversari sembra giocare un altro sport, non attragga le folle in visibilio, non solletichi l’interesse dei media, non giganteggi da ogni manifesto come star più celebrate che alla palla però danno ancora del lei.

Forse perché il riserbo che si è imposto e che i giornalisti solo per finta e solo in giorni come questi mostrano di apprezzare, rallenta la corsa della giostra gossippara e pallocentrica. Neanche la circostanza che sia di origine sinti in terre bresciane ha fatto breccia più di tanto: niente dibattiti e foto di famiglia, o insulti di razzisti sorpresi tacitati da professionisti del politicamente corretto. Pirlo non spende una parola, sempre, in ogni caso: alla fine gli altri si stancano e la faccenda muore lì. Un capolavoro di undestatement, le follie in favore di teleobiettivo di un Balotelli sono agli antipodi. Però, a ripensarci, un negro e uno zingaro bresciani in nazionale, è almeno intrigante. Il Django Reinhard della pedata ha il torto, però, per una storia strappalacrime con riscatto finale compreso, di non essere nato povero e aver iniziato con il fatidico pallone di stracci. La sua famiglia lavora, alla maniera antica dei sinti, i metalli: un’ impresa siderurgica è una cosa seria, modellare l’acciaio è un’arte. Certi cucchiai sono più affilati della katana di uno shogun.