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Gazzetta, Monti scarica Tavecchio: “Deve dimettersi, esonero Ventura non basta”

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Gazzetta, Monti scarica Tavecchio: “Deve dimettersi, esonero Ventura non basta”
ANSA

MILANO – Andrea Monti, direttore della Gazzetta dello Sport, quotidiano sportivo più letto in Italia, in un lungo editoriale è tornato sul fallimento azzurro contro la Svezia. La prima firma della “rosea” scarica Tavecchio spiegando anche il perché: a differenza dei suoi predecessori, non ha avuto il coraggio, o sarebbe meglio dire il buongusto, di dimettersi.

Ha esonerato il ct Ventura che è stato preso come capro espiatorio della situazione ma non ha abbandonato la sua poltrona.

Se vogliamo portare un esempio recente,  Abete  si dimise dopo la prestazione fallimentare della Nazionale Italiana ai Mondiali del 2010 ma lì almeno c’eravamo…

Questa volta non siamo riusciti nemmeno a qualificarci per la Coppa del Mondo, fatto gravissimo che non accadeva da 60 anni.

Grande parte dell’editoriale del direttore della Gazzetta dello Sport Andrea Monti

Eppur non si muovono… sebbene non serva Galileo per comprendere la frequenza su cui oscilla, tra sventure e trionfi, il pendolo della storia pallonara. Visto che attorno alla sede romana della Figc non mancano i bar, al presidente Tavecchio e ai vertici del nostro calcio sarebbe bastato un caffè al banco per annusare l’aria che tira.

E invece ieri si sono rinchiusi nelle stanze eleganti a un passo da Villa Borghese, hanno serrato ranghi per anni dilaniati da sotterranee inimicizie e, con il dissenso aperto del solo Tommasi, hanno partorito un piano di salvataggio che sfida la saggezza e la decenza.

L’obiettivo è conservare la poltrona a dispetto dei santi. Lo strumento prescelto è astuto: dare in pasto al popolo furente un nome indiscutibile. Per esempio affidare la panchina azzurra all’universalmente amato e stimato Carlo Ancelotti… Già, se lui ci sta chi li ammazza?
Infatti, è probabile che riescano a sopravvivere e che questo articolo si aggiunga come un coriandolo a tante altre parole al vento. Perché Tavecchio & C. sono parte di un organo elettivo e nessuno può farli saltare senza un motivo. Ovviamente motivi validi ce ne sarebbero in abbondanza, e lo vede anche un bambino, ma ne manca uno tecnicamente e legalmente inoppugnabile.

Quindi nessuno può cacciarli. Non i giornali, non l’opinione pubblica, non il governo e neppure Malagò che ci ha tentato (ma dovrebbe continuare con vigore, qualche strumento di pressione in più lui ce l’ha…). Nessuno, dicevamo, tranne la voce della loro coscienza.

In attesa che si faccia viva, sfuggente e beffarda come il fantasma di Godot, il palcoscenico resta ingombro e gli attori recitano a soggetto. Maluccio si direbbe. Ventura non schioda e preferisce farsi dimissionare per non smenarci i soldi restanti del contratto: beh, sul denaro e sui diritti non si discute ma anche la dignità ha un suo prezzo. O no? Quanto a Tavecchio si difende dicendo che in fondo lui in campo non c’era e rivendica i suoi meriti.

Vero: dopo un inizio da brivido farcito di gaffe, ha raccolto buoni successi sul piano internazionale, aveva scelto Conte, ci ha portato la Var. Peccato che in democrazia ogni rappresentanza sia sorretta dal principio della responsabilità politica. Capisco che possa suonare altisonante e allora lo traduco nel linguaggio degli stadi: se perdi vai a casa. E non sarà – non dev’essere – Ancelotti o il Padreterno in persona a salvarti il lato B.

Per questo chiudiamo con un consiglio non richiesto al più saggio, amabile e competente tra gli allenatori: pensaci Carletto. E se decidi di accettare la sfida definisci competenze e confini in maniera ferrea. Sei una colonna del nostro calcio, non la stampella dei suoi declinanti poteri.

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