Euro 2012, Germania-Grecia: il “derby dello Spread” tra calcio e politica

Pubblicato il 22 Giugno 2012 12:21 | Ultimo aggiornamento: 22 Giugno 2012 16:40

Germania-Grecia: derby dello SpreadDANZICA, POLONIA –  Germania – Grecia è la sfida tra la nazionale del Paese più ricco e virtuoso dell’eurozona e quello più in difficoltà a causa degli sprechi passati.

Un pallone che supera la linea di porta e gonfia la rete avversaria puo’ valere di piu’ (e costare molto meno in termini di vite umane) di una vittoria militare.

O ripagare di una devastante sconfitta subita sul campo di battaglia, o ancora, visti i tempi, di una disfatta consumata tra le trincee della finanza globale.

Niente come il calcio puo’ valere come esorcismo della storia subita e come metafora di quella sognata.

Lo sanno bene, anche se si affrettano a negarlo a ogni accenno di domanda, i protagonisti di Germania-Grecia, il quarto di finale piu’ “politico” di Euro 2012. “Siamo qui per giocare al calcio, non per parlare di politica”, ha replicato ieri seccato Kostas Katsouranis.

Il ‘derby dello spread’, come e’ gia’ stato ribattezzato, tra la nazionale del Paese piu’ ricco e virtuoso dell’eurozona e quello piu’ in difficolta’ a causa degli sprechi passati. Tra il Paese che presta (con sempre maggiore riluttanza) i soldi a quello ormai insolvibile a condizioni che, vox populi, ne aggravano le difficolta’ invece che alleviarle.

C’e’ un senso di rivalsa quasi infantile che si accompagna questa sfida, che non e’ solo dei greci, ma anche di chi, in giro per l’Europa, non vuole piu’ saperne del rigore tedesco (in senso finanziario) e spera, almeno per un giorno, almeno calcisticamente, di vedere i ‘piccoli’ battere i ‘grandi’, i ‘poveri’ togliere il sorriso ai ‘ricchi’.

Poco importa che poi, in termini prettamente calcistici, i ‘rigorosi’ tedeschi siano di questi tempi in realta’ assai piu’ fantasiosi e divertenti dei mediterranei greci, squadra di poca bellezza e ambizione, alla vigilia del torneo, ma comunque definita dal ct tedesco Joachim Low, “maestra di sopravvivenza in Europa”.

Dalla partita di  Danzica, alla quale non manchera’ la cancelliera tedesca Angela Merkel, che ha cancellato i suoi impegni e fatto modificare gli orari del vertice di Roma con Monti, Hollande e Rajoy pur di esser in tribuna, la Germania ha tutto da perdere.

E certo, in caso di sconfitta, non mancheranno i paragoni con l’altra brutta batosta subita dai tedeschi due anni fa, ai Mondiali sudafricani, da un’altra nazionale di un Paese messo male finanziariamente, ma messo benissimo calcisticamente: la Spagna, che vinse in semifinale per 1-0 e poi conquisto’ la sua prima Coppa del Mondo battendo l’Olanda in finale.

Del resto, sempre i tedeschi, stavolta solo quelli dell’Ovest, nel 1974, ai Mondiali di casa, mancarono clamorosamente un’altra vittoria dal valore piu’ politico che calcistico, visto che poi la Germania federale quell’anno vinse comunque la coppa del mondo. Eppure, la sfida con la Nazionale della DDR, al Volksparkstadion di Amburgo, persa per 1-0 (gol di Jurgen Sparwasser al 76°), brucio’ parecchio.

Per una sera, il ‘modello orientale’ al quale la Guerra Fredda costringeva i tedeschi dell’Est, prevalse, anche se solo calcisticamente, su quello occidentale abbracciato con successo dai tedeschi dell’Ovest.

Angela Merkel all’epoca aveva 20 anni ed era cittadina dell’Est. Per la DDR sembrava l’inizio di un grande futuro, anche calcistico, che non arrivo’ mai: la Nazionale di calcio, cosi’ come le altre rappresentative sportive, fu sciolta nel 1990, con il completamento del processo di riunificazione delle due Germanie.

Il calcio, insomma come una “continuazione della guerra con altri mezzi”, parafrasando von Clausewitz. Come ai Mondiali in Messico del 1986, quando l’Argentina di Maradona, poi campione del mondo, nella sfida ai quarti contro l’Inghilterra, si rifece sul campo della disfatta militare subita alle Falkland appena quattro anni prima. Maradona, all’apice del suo talento, compi’ due prodezze che resero ancora piu’ amara la sconfitta degli inglesi.

Il primo gol lo segno’ al 51°, di mano, ingannando l’arbitro, ma non gli avversari, che ancora se ne lamentano. Fu la “mano de Dios” a spingere la palla in rete, spiego’ Maradona che, pochi minuti dopo, al 54°, bisso’ con quello che e’ considerato il gol piu’ bello della storia del calcio: un’azione partita da centrocampo, scartando cinque giocatori, portiere compreso.

Non fu la prima volta (e non sara’ l’ultima) che due nazioni che si erano affrontate in guerra, si ritrovarono a combattere su un campo di calcio.

Stati Uniti e Iran, dalla rivoluzione khomeinista del 1979, non si sono mai affrontati in un conflitto militare, anche se le diplomazie dei due Paesi da 30 anni combattono una guerra di parole che sembra spesso sul punto di sfociare in uno scontro armato vero e proprio. Il destino volle che nel 1998, ai Mondiali in Francia, il sorteggio fece incontrare, nella fase preliminare, le due nazionali.

“La partita piu’ carica di significati politici della storia dei Mondiali”, fu definita dai commentatori di allora. “La madre di tutte le partite”, per il presidente della Federcalcio statunitense dell’epoca.

La guida suprema iraniana, l’ayatollah Khamenei, diede indicazione ai giocatori della sua Nazionale, per i convenevoli prima del fischio di inizio, di non andare incontro agli americani per stringere loro la mano, come invece prevedeva il protocollo Fifa. Tensione anche sugli spalti dello stadio di Lione, occupati da migliaia di oppositori in esilio del regime iraniano.

A operare il disgelo, saggiamente, furono i giocatori delle due squadre che finirono col farsi fotografare insieme nel prepartita e poi, in campo, si comportarono in maniera impeccabile.

Per la cronaca, vinsero gli iraniani per 2-1, ottenendo anche la loro prima vittoria in una fase finale della Coppa del Mondo. Nonostante tutto, il calcio ha ancora qualcosa da insegnare al mondo esterno.