Scommesse, Conte patteggia. Se tre mesi vi sembran troppi. O troppo pochi…

di Emiliano Condò
Pubblicato il 31 luglio 2012 11:06 | Ultimo aggiornamento: 31 luglio 2012 11:06
conte

Antonio Conte (LaPresse)

TORINO – L’accordo c’è. E a meno di improbabili impuntature da parte dei giudici sportivi Antonio Conte sarà lontano dalla panchina della Juventus  per tre mesi. E’ il frutto del patteggiamento, ovvero dell’accordo tra il procuratore della Figc Stefano Palazzi e gli avvocati dell’allenatore della Juve. Il tutto sarà ratificato mercoledì, quando Palazzi presenterà ai giudici la bozza di accordo raggiunto ieri tra le parti.

Ma tre mesi sono pochi o troppi? Conte, in caso di condanna, rischiava una squalifica attorno all’anno. Troppo per la Juventus che sull’allenatore dello scudetto vuole continuare a costruire. Troppo per la maggioranza dei tifosi bianconeri che dopo calciopoli al solo nome di Palazzi parlano di complotto. Troppo pochi per altri dove gli altri sono tutti quelli che chiedono “pene esemplari” e “pulizia nel calcio”. O meglio la chiedono fino a quando gli scandali non sfiorano in qualche modo la loro squadra.

Che siano troppi o pochi è una domanda che sembra destinata a rimanere senza risposta, perché la giustizia sportiva, come troppo spesso fa, rinuncia ad arrivare fino in fondo. Ci ha messo del suo anche la magistratura, anche quella ordinaria. Perché se le scommesse sono uno scandalo enorme come molti dicono, procuratore di Cremona su tutti, non si capisce il motivo della parcellizzazione dei processi, degli stralci continui. Sarebbe stato più logico un solo maxi processo, con tutti i presunti scommettitori alla sbarra. Per fare un conto complessivo, vedere come sta davvero il nostro calcio. Così, con tanti piccoli procedimenti, con filoni che non convergono mai, non si riesce a mettere a fuoco nulla. Sfugge la dimensione dello scandalo.

Al netto del tifo c’è un primo fattore da considerare. Fattore che i tifosi, i partigiani del troppo o del troppo poco, colpevolmente ignorano. Patteggiare vuol dire dichiararsi colpevole e nello specifico riconoscere formalmente che gli accordi per taroccare Siena-Albinoleffe e Siena-Novara c’erano davvero e che Conte ne era al corrente. L’allenatore della Juve, quindi, ammette che sapeva e ammette di non aver denunciato. Una macchia che in ogni caso resta, anche se la squalifica gli consentirà di tenere la panchina e magari vincere ancora.

Una macchia che probabilmente non verrà cancellata neppure da quanto accadrà nelle prossime settimane. Conte lo ha già in qualche modo fatto capire: racconterà la sua versione dei fatti, si toglierà gli abusati “sassolini dalla scarpa”. Non è difficile immaginare cosa dirà. Dirà che lui è assolutamente innocente e di partite taroccate non sapeva nulla, ma che per “ragion di stato” (lo stato Juve) ha scelto di dichiararsi colpevole. Dirà che è il male minore. Sottintenderà una cosa che del tutto falsa non è: che andare davanti ai giudici sportivi non conviene quasi mai. Perché i giudici sportivi quasi sempre condannano e nello sport la frase “al di là di ogni ragionevole dubbio” non vale.

Altro sarebbe stato un processo “normale”, quelli che la Procura Figc non ha tempo e risorse per fare: un processo con testimonianze, dibattimento e onere della prova a carico di chi accusa. Lo sa bene anche Stefano Palazzi che pure non se l’è sentita di portare avanti la fragile tesi dell’illecito e ha contestato a Conte la sola doppia omessa denuncia. Per farlo ha inventato un artificio che ha del surreale e che in un tribunale ordinario farebbe sorridere giudici, accusa, difesa, giornalisti e pubblico. Artificio che suona più o meno così: il testimone è credibile, Conte ha saputo e forse lo ha persino comunicato alla squadra, ma non ha inciso sul risultato delle partite finali. Ce n’è abbastanza per chiedersi se valga la pena di riformare la giustizia sportiva tutta.

Sui giornali di questi giorni, compreso BlitzQuotidiano, si è scritto che a spingere Conte al patteggiamento sarebbe stata la Juventus. Che è quasi certamente vero perché una società estranea allo scandalo che si trova con due giocatori chiave e un allenatore a rischio lunga squalifica ha il diritto dovere di difendersi e di fare i suoi calcoli. La domanda che resta senza risposta, almeno fino a parola di Conte, è cosa avrebbe voluto fare l’allenatore della Juve?

Un innocente convinto della sua innocenza di norma non patteggia volentieri, per la macchia di cui sopra. Pretende il diritto all’immagine immacolata, come è diritto di chiunque. Ma Conte è comunque un dipendente della Juve, e la volontà della Juve non può ignorare. Senza considerare il rischio di andare ad un processo dove doveva difendersi da un accusatore, Filippo Carobbio, sulle cui dichiarazioni sempre ritenute attendibili è già stato istruito e concluso con condanne un primo filone del processo scommesse.

Dopo Conte, con tutta probabilità, patteggeranno anche gli altri juventini, Simone Pepe e Leonardo Bonucci. Andrà abbastanza male solo all’ultimo, l’unico alla sbarra per illecito. Anche Pepe, infatti, patteggiando se la caverà con qualche mese di stop. Bonucci, invece, dovrà accordarsi per una squalifica che nella migliore delle ipotesi sarà di un anno, nella peggiore di due. Ma senza patteggiamento il difensore avrebbe rischiato in caso di condanna, una squalifica minima di tre anni. Così, invece, il tutto si dovrebbe chiudere con “due feriti e nessun morto”. Meglio così, commenterebbe Gigi Buffon.