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Juventus, Antonio Conte: “Scudetto, Europa League, Coppa Italia: voglio tutto”

Juventus, Antonio Conte: "Scudetto, Europa League, Coppa Italia: voglio tutto"

Juventus, Antonio Conte: “Scudetto, Europa League, Coppa Italia: voglio tutto”

DUBAI – Carlo Laudisa, inviata della Gazzetta dello Sport all’Award Globe Soccer, ha intervistato in esclusiva Antonio Conte. Riportiamo di seguito l’articolo della rosea.

… Orgoglioso. Ambizioso. Fedele. Antonio Conte incassa l’Award Globe Soccer come miglior allenatore europeo del 2013 e guarda al nuovo anno più carico che mai. A Dubai il tecnico bianconero vive una giornata da sogno. Lui protagonista con al fianco due mostri sacri come Fabio Capello e Pep Guardiola. I faccia a faccia sono stimolanti, le domande intriganti. Il tecnico leccese si confessa e sbriciola i bilanci sull’altare dei progetti. «Non posso che dedicare questo riconoscimento ai miei giocatori e alla mia società. Sono orgoglioso di questo gruppo: in due anni abbiamo fatto passi da gigante, ma sono certo che la Juve non si fermerà qui. L’obiettivo è vincere anche a livello internazionale per far tornare il nostro club ai vertici mondiali».
Brucia ancora la beffa di Istanbul.
«Certo. Fa male ricordare che siamo usciti dalla Champions per il risultato di una partita in cui non si è giocato».
Intanto la squadra in campionato s’è ripresa.
«Non posso che essere soddisfatto del rendimento della squadra. Ora ci restano 3 obiettivi per questa stagione: scudetto, Coppa Italia e Europa League. La Juve parte sempre per vincere in tutte le competizioni. A maggior ragione questo vale per i prossimi mesi».
E il 5 gennaio c’è un Juve-Roma decisivo.
«Non abbiamo ancora nulla in mano. È presto per trarre delle conclusioni».
Ma se dovesse scegliere fra Europa League e scudetto?
«Non scelgo».
Evitato il rischio appagamento, quale difficoltà tecnica ha trovato sinora in campionato?
«È un torneo più combattuto dei precedenti perché c’è molto equilibrio. In estate molte società si sono rafforzate sul mercato, ecco perché non è facile rivincere».
In estate ha bloccato la cessione di Quagliarella. Ma se la storia si ripetesse a gennaio? Magari anche per Vucinic?
«Io non fermo nessuno».
Che pensa del futuro di Pirlo e Pogba?
«Non penso nulla. Queste domande vanno fatte a Marotta, sono questioni della società. Io penso solo ad allenare».
Ora è al top. Dove s’immagina tra un anno?
«Nei miei pensieri non c’è nulla, io mi preoccupo solo che la squadra dia il massimo. E comunque il mio futuro deve essere l’ultimo dei pensieri della Juventus».
In quale modulo si ritrova meglio?
«L’allenatore è come un sarto, deve adeguare le sue idee ai giocatori che ha a disposizione. Al mio arrivo alla Juve applicavo un 4-2-4 con esterni molto offensivi. Poi con Pirlo ho cambiato rotta e l’ho fatto per il bene del club».
Com’è nata la vocazione da allenatore?
«Ho sempre pensato che, una volta smesso, avrei allenato. Così, durante la mia carriera, mi sono sempre confrontato e ho sempre parlato molto con i miei tecnici per capire bene quello che mi chiedevano e come applicare quello che volevo provare a fare».
Quando s’è accorto che era sulla strada giusta?
«Intorno ai 30 anni, quando il fisico comincia a cedere un po’, bisogna usare di più la testa e così ho fatto. In quegli anni ho iniziato ad avere quell’atteggiamento dando anche dei consigli ai miei compagni».
Così è partito dalla B: da Arezzo.
«A dire il vero il mio sogno era quello di iniziare con la Primavera della Juve, ma non mi venne data la possibilità».
Chi è il suo maestro?
«Ho avuto la fortuna di lavorare con tutti i tecnici più vincenti a eccezione di Capello e questo mi ha agevolato perché mi sono confrontato con loro».
Ma chi è stato il più bravo?
«Non so quale sia il più bravo, di sicuro quando vinci sei bravo per forza».
Su che punta nel rapporto con i giocatori?
«Sin dagli inizi ho pensato a come poter aiutare i miei calciatori. Partendo da quel che mi metteva più in difficoltà quando andavo in campo».
Faccia un esempio.
«Non essendo io particolarmente dotato tecnicamente, ho costruito la mia carriera su corsa e sacrificio. In particolare il mio problema maggiore era, a volte, non saper a chi dare la palla a differenza dei fuoriclasse che avevano sempre una soluzione in testa».
E allora come si regola?
«Mi preoccupo sempre che i miei ragazzi capiscano il lavoro che facciamo sul campo. Perciò quando non li vedo convinti voglio che mi chiedano l’utilità di ciò che stiamo facendo».
Ma le capita spesso?
«La soddisfazione più grande è vedere come lavorano volentieri quando hanno ben compreso un esercizio».
I risultati le danno ragione.
«Il segreto è avere alle spalle un club importante e lavorare con un gruppo di qualità. Al tecnico non resta che guadagnarsi la credibilità con la squadra giorno per giorno nel portare avanti la propria idea di calcio».
Come fa a tenersi aggiornato?
«Per me il calcio è una passione. Ogni partita per me è occasione di studio, anche se è calcio femminile o calcetto. Trovo spunti sempre e comunque. Il calcio è sempre in evoluzione, non sono d’accordo con chi dice che in questo sport è già stato inventato tutto».
Una prova viene dall’ultima rivoluzione di Guardiola.
«Esatto. Non a caso lo abbiamo studiato. Pep è stato un esempio importante per l’idea di calcio che ha portato avanti col Barcellona».
Quale è il suo sogno d’allenatore, trofei a parte?
«Che la passione non svanisca mai. Ad esempio invidio Capello che dopo una carriera così importante ha ancora voglia di puntare a traguardi ambiziosi. È una forza mentale che spero di conservare il più a lungo possibile».
Sul palco di Globe Soccer la richiesta di consiglio è nell’aria, il tecnico friulano non perde tempo: «Caro Antonio, io ho applicato una regola di vita: lasciato il campo ho sempre frequentato amici con interessi fuori dal calcio. Guai a tenere la mente sempre concentrata sullo stesso obiettivo. Anch’io seguo tantissime partite, ma poi stacco la spina…”.

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