Kobe Bryant, parla il suo primo coach italiano: “Era un anarchico”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 29 Gennaio 2020 17:30 | Ultimo aggiornamento: 29 Gennaio 2020 17:30
Kobe Bryant, parla il suo primo coach italiano: "Era un anarchico"

Alcune immagini del piccolo Kobe Bryant, quando ha iniziato a giocare a basket in Italia al seguito del papà (fermo immagine da YouTube)

RIETI – Il piccolo Kobe Bryant era un anarchico dal punto di vista cestistico. A svelarlo è il suo primo coach italiano, Gioacchino Fusacchia, durante una intervista rilasciata a Eduardo Lubrano per “la Repubblica – Edizione Roma”. Il piccolo Kobe ha iniziato a giocare a basket a Rieti, al seguito del papà che era un giocatore della Sebastiani Rieti. 

Il Kobe Bryant italiano? Talento e anarchia. 

Kobe era già un ragazzo di talento ma andava educato dal punto di vista cestistico. Riportiamo le dichiarazioni del suo primo coach a Rieti dalle pagine della Repubblica  – Edizione Roma: “Il piccolo Kobe? Un anarchico. In campo faceva tutto: segnava, tornava in difesa recuperava il pallone e andava di nuovo in attacco senza passava la palla e segnava di nuovo”.

Allenatore di Kobe è una parola grossa – dice Fusacchia che oggi allena a La Foresta Rieti – io e Claudio Di Fazi col quale mi occupavo del minibasket della Sebastiani cercavamo di insegnargli a palleggiare, come si fa con tutti i bambini di quell’ età, provando a far divertire tutti. Diciamo che siamo riusciti a non fargli passare la voglia di giocare.

D’ altronde lui non era allenabile dal punto di vista “tattico”: si impegnava tantissimo, non si tirava mai indietro negli esercizi, era sempre il primo. Ma poi voleva sempre il pallone in partita e decideva tutto da solo. Sarebbe facile per me dirlo oggi, ma certo si capiva che aveva una gran voglia di emergere. Fisicamente era uguale agli altri.

Ma dal punto di vista tecnico era superiore. Una anno facemmo una prova nel Torneo Coca Cola, all’ epoca molto importante. Era riservato ai nati nel 1975 e noi decidemmo di far giocare anche Kobe pensando che quei tre anni di differenza (era nato il 23 agosto del 1978,ndr) avrebbero potuto tenerlo a freno. Niente da fare.

Fummo costretti a richiamarlo in panchina perché anche con i più grandi faceva tutto lui e faceva sempre canestro. Lui si arrabbiò tantissimo ed invece di sedersi in panchina andò a lamentarsi dalla mamma e dal papà che mi lanciò un’ occhiataccia. Alla fine lo premiammo come miglior giocatore del torneo” (fonte Eduardo Lubrano per “la Repubblica – Edizione Roma”).