L’Italia a Prandelli: ct gentile e elegante, i giovani la sua forza

Pubblicato il 30 maggio 2010 15:12 | Ultimo aggiornamento: 30 maggio 2010 15:24

Cesare Prandelli

Giovane, positivo, volto nuovo di un calcio che si vuole svecchiare abbandonando i cliché di tensioni solo in apparenza inevitabili.

La parabola di Cesare Prandelli, ct del prossimo ciclo Italia, è quanto di più calcisticamente corretto si possa immaginare. Gran faticatore di centrocampo e plurivittorioso con la Juve, poi allenatore di giovani talenti e di progetti pieni di idee, da Parma a Firenze, passando per la breve esperienza romana, la sua è una lezione di vita più che di calcio.

Perché dalla Capitale che lo aveva accolto con un ‘Ave Cesare’ se ne andò per star vicino alla moglie malata. In molti, poi, furono felici che quella rinuncia definitiva fosse rientrata.

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Fino al coronamento azzurro, raggiunto con l’accordo con la Federazione per il quadriennio 2010-2014. Probabilmente, quando a diciotto anni calcava i campi della C1 con la maglia della Cremonese, Claudio Cesare Prandelli non pensava che un giorno sarebbe potuto diventare il commissario tecnico della nazionale.

Invece già la sua carriera da calciatore è stata condita da numerosi trionfi, e poi quella da allenatore è stata caratterizzata da una scalata costante che se non ha portato a trionfi gli è però valsa l’ apprezzamento di tutti. E così, forte della stima dell’ intero mondo del calcio tricolore, è arrivata la panchina della nazionale.

Nato il 19 agosto del 1957 ad Orzinuovi, un paese in provincia di Brescia, Prandelli cresce calcisticamente nella Cremonese, ma debutta in serie A nel 1978, a 21 anni, con la maglia dell’Atalanta. Il suo ruolo è quello del mediano di fatica, ed è proprio per crescere all’ombra di Furino che la Juventus lo tessera nell’estate del 1979: in sei stagioni in bianconero Prandelli vincerà tutto (3 scudetti, 1 Coppa Italia, 1 Coppa dei Campioni, 1 Coppa delle Coppe ed 1 Supercoppa europea) anche se non riuscirà mai a giocare con continuità.

Forse è per questo che nel 1985 decide di tornare all’Atalanta, dove chiuderà la carriera nel 1990. Proprio a Bergamo Prandelli comincia la sua carriera da allenatore: si forma nel settore giovanile atalantino, gestito dal grande Mino Favini, e dopo aver vinto uno scudetto primavera e un torneo di Viareggio nel 1993, compie la sua prima esperienza da professionista accettando di subentrare a quello che poi diventerà il suo grande rivale, Guidolin, proprio sulla panchina dell’Atalanta, nella stagione 1993/94.

Nel 1997/98 arriva al Lecce, sempre in serie A, dove si dimette a metà stagione, poi in due anni a Verona ottiene una promozione in A e una salvezza. A Venezia, dove ottiene un’altra promozione in A, arriva il suo primo e finora unico esonero, mentre a Parma entra nelle mire delle grandi squadre conquistando due quinti posti e lanciando o rilanciando giocatori come Mutu, Gilardino e Adriano.

Nell’estate del 2004, grazie a questi risultati, viene ingaggiato dalla Roma, ma è costretto a dimettersi prima del via del campionato per i problemi di salute della moglie Manuela. Proprio per questo motivo si prende un anno di pausa, prima di accettare, nell’estate 2005, l’offerta dei Della Valle: a Firenze arriva la consacrazione, grazie a quattro piazzamenti di fila fra le prime quattro (anche se i primi due verranno vanificati dalle penalizzazioni di calciopoli) oltre al raggiungimento della semifinale di Coppa Uefa nel 2008 e degli ottavi di Champions nella stagione appena conclusa.

Una stagione, quella fiorentina, in cui l’amore con la gente é stato quasi un marchio di fabbrica: così come il fair play che il tecnico ha consacrando portando, in sintonia con la linea societaria, sul campo di calcio il terzo tempo.

Durante l’avventura fiorentina, però, arriverà anche la tragedia della morte della moglie Manuela, che cementificherà ancora di più il suo rapporto con la tifoseria gigliata, fino ad arrivare ai giorni nostri, all’incrinarsi del rapporto con Diego Della Valle che va ad inserirsi in una situazione non idilliaca da sempre con il ds Pantaleo Corvino.

La nazionale è una via d’uscita per tutti. L’affetto dei tifosi non gli è mancato nemmeno in questo finale: al ritorno dalla tournee canadese, Prandelli è stato salutato davanti allo stadio Franchi da 300 persone che hanno intonato cori per lui. Un addio a Firenze all’insegna della commozione.