Mario Mangiarotti, leggenda della scherma italiana, è morto a 99 anni

di Redazione Blitz
Pubblicato il 10 Giugno 2019 15:19 | Ultimo aggiornamento: 10 Giugno 2019 15:19
Mario Mangiarotti, leggenda della scherma italiana, è morto a 99 anni

Mario Mangiarotti, leggenda della scherma italiana, è morto a 99 anni

ROMA – E’ morto Mario Mangiarotti, campione del passato della scherma italiana e mondiale. Aveva 99 anni, il decesso a Bergamo dopo una breve malattia. Se con Edoardo (1919) e Dario (1915) si può parlare di campioni unici nel solco dell’insegnamento paterno, con Mario la storia della scherma era ripartita dall’inizio, dalla scuola del padre Giuseppe Mangiarotti, spadista fra i più forti della sua epoca e grandissimo caposcuola, e i risultati sono le oltre 80 medaglie conquistate dai suoi allievi fra Olimpiadi e mondiali.

Perché il suo capolavoro sono stati proprio i suoi figli: Edo, campione fra i campioni, medagliere infinito, talento cinico e prepotente; Dario, estroso, funambolico, inimitabile, passato al professionismo subito dopo le grandi vittorie del dopoguerra.

Mario Mangiarotti, liceo classico al milanese Berchet con i fratelli Fabbri e il compositore Carlo Alberto Rossi, studi da privatista di pianoforte al Conservatorio, poi medico e cardiologo di valore, è stato il “progetto” più normale di papà Giuseppe. Ma non meno intrigante. Il suo allievo più completo, “P.O. – possibile olimpico”, alle tre armi, innanzitutto.

Un esteta della scherma, diceva il padre. E c’è comunque un prima e un dopo la Seconda guerra mondiale.Mario entra nel giro della nazionale di spada nel 1938, quando Edo ha già vinto l’oro a squadre a Berlino e Dario è già titolare da qualche anno. E’ il quinto, sesto uomo di una squadra di campioni olimpici inamovibili, fa le Olimpiadi Universitarie, oro a squadre a Vienna 1939, ma arriva secondo agli assoluti nel 1940.

In quell’anno si segnala come uno dei più promettenti giovani sciabolatori europei. Giuseppe Mangiarotti era stato a Budapest da Santelli, inventore della sciabola moderna e maestro d’armi degli Asburgo, alla vigilia della Prima guerra mondiale, e Mario è la prova di una scuola completa alle tre armi. Poi la guerra, gli esami di medicina, il matrimonio con Eugenia Gavazzeni, nazionale di fioretto.

Nel 1947 partecipa con lei alle Universiadi di Parigi: oro a squadre con il fratello Edo e bronzo individuale di spada, davanti allo stesso Edo e a Carlo Pavesi. Lavora come medico a Bergamo, segue la specialistica in Cardiologia a Pavia, due sere a settimana si allena a Milano in Sala Mangiarotti, con cui vince per tre anni il Challange Le Coutre a Losanna, il più prestigioso trofeo europeo per club (1947, 1948, 1949).

Erano anni i cui alcuni trofei, la Monal di spada a Parigi, la Giovannini di fioretto a Bologna, contavano quasi quanto un mondiale, sicuramente più duri perché c’erano tutti i più forti. Edoardo Mangiarotti era infatti orgogliosissimo delle sue tre Monal e tre Giovannini, nonostante le decine di medaglie in bacheca. E i tre fratelli restano con la Sala Mangiarotti imbattuti per club.

Per il resto era sempre e comunque Italia-Francia, ai Giochi del Mediterraneo, oro a squadre nel 1951 per Mario e nella sfida annuale di Genova per la Coppa Mollié, dove difende i colori nazionali per cinque edizioni. Nel 1951 Mario è campione d’Italia a squadre con Dario ed Edoardo e terzo nell’individuale dopo di loro, per la prima volta non riserva ma titolare ai Mondiali di Stoccolma, dove conquista l’argento a squadre di spada. Continuerà poi a tirare per qualche anno, anche per i colori della Società del Giardino. Dal 1947 al 1980 è stato presidente internazionale di Giuria alle tre armi.

A Bergamo Mario Mangiarotti è stato un pioniere della Cardiologia e della Medicina Sportiva con Angelo Quarenghi, lavorando prima alle Cliniche Gavazzeni e poi alla Casa di Cura S. Francesco (Medicina e Cardiologia), scegliendo dalla metà degli anni ‘60 la libera professione. Come dirigente sportivo è stato per più mandati presidente del Panathlon International e, per 25 anni, presidente provinciale del Coni. Sulla sua maschera, e non solo, c’era il motto “Mai Morto”. (fonte AGI)