Massimo Cellino, ovvero il sardo d’azione… “emotiva, irrazionale e inconsulta”

di Emiliano Condò
Pubblicato il 24 settembre 2012 20:20 | Ultimo aggiornamento: 24 settembre 2012 20:21

Massimo Cellino (LaPresse)

ROMA – Immaginate la seguente scena: la squadra X, per esempio il Cagliari, segna un gol. L’arbitro annulla per fuorigioco. Che il fuorigioco ci sia o meno è assolutamente un dettaglio. Immaginate, però, che i giocatori del Cagliari, la panchina, i massaggiatori, i fotografi e lo stadio tutto siano convinti che quel fuorigioco non ci sia. Bene: se l’arbitro non cambia idea non c’è nulla da fare, non è gol. Ma immaginate che il capitano del Cagliari non accetti la decisione e che invece di limitarsi a protestare metta il pallone al centro del campo chiedendo agli avversari di riprendere il gioco da là perché è gol. La partita non si potrebbe più giocare. Quella partita e nessun altra.

Eppure per il presidente del Cagliari Massimo Cellino le cose non stanno esattamente così, almeno non sempre. Perché ci sono regole, nel suo universo, che si possono non rispettare se ci danneggiano. Quello che è successo tra sabato e domenica a Cagliari è emblematico: la squadra ha uno stadio non pronto, e quindi inagibile. Per chi della sicurezza è responsabile, ovvero la Prefettura, ci si può giocare ma senza tifosi. Per Cellino no, anche perché a giocare senza tifosi ci rimette la squadra di casa e soprattutto la contabilità del club. Ecco allora che di fronte all’ennesimo “non agibile”, dalla sua casa di Miami il presidente con l’hobby della musica rock ha preso carta e penna e ha fatto pubblicare un comunicato sul sito del club in cui si invitavano i tifosi ad andare comunque alla partita.

Lo ha fatto contro la legge. E lo ha fatto, dice lui, per i sardi. Come se il loro diritto di andare alla partita valesse di più della loro sicurezza. O peggio, come se quella della Prefettura fosse non una valutazione tecnica ma uno sgarbo alla sua persona.  Soprattutto  come se i sardi tra un ordine della polizia e un invito del presidente della squadra di calcio con istinto gregario decidessero in massa di seguire quest’ultimo. Risultato: la Prefettura ha fiutato la mala parata e ha chiuso tutto. Visto che il rischio che qualcuno si presenti esiste, allora non si gioca.

La questione Cellino è prima di tutto questione personale e poi questione di “sistema” ovvero di sistema calcio. Personale perché in qualche modo coerente con il personaggio Cellino. Il presidente del Cagliari che da Miami invita a non fare come dice il prefetto con leggerezza, come se non si rendesse conto che sta in quel momento incitando alla disobbedienza civile, è lo stesso presidente che solo qualche mese prima pretendeva che come sede principale della sua squadra, in Lega, venisse messo uno stadio non agibile. Proprio la Is Arenas.

Cellino è anche lo stesso presidente che quando esplode la grana Sant’Elia (possibile che non si potesse prevedere prima?) trasferisce la squadra a Trieste. Che non è esattamente la sede più comoda per uno che ha comprato un abbonamento e vive a Cagliari. Cellino, poi, è lo stesso presidente (e non si ricordano altri precedenti nel mondo del pallone) che avrebbe licenziato un allenatore, Davide Ballardini, per “giusta causa”. Quale sia questa giusta causa è ancora ignoto, visto il silenzio dei protagonisti sul tema.

E ancora: Cellino è uno che oltre al Cagliari vorrebbe anche un altro club. In Inghilterra. Ci ha provato con il West Ham ed è andata male quando tutto sembrava fatto. Ci ha provato anche con il Crystal Palace e appena si è sparsa la voce il Daily Mail lo ha definito “convicted fraudster”, ovvero “truffatore condannato” riferendosi ad un patteggiamento del 2001 per una vicenda di finanziamenti del ministero dell’Agricoltura e dell’Unione europea.

Cellino è soprattutto vicepresidente di Lega, della Lega Calcio, ovvero del governo del calcio. Un vicepresidente del governo della Serie A che invita i “suoi” tifosi a disinteressarsi di un ordine del prefetto. Come se un ministro di un partito al governo chiedesse ai militanti del suo partito di scendere in piazza in una manifestazione non autorizzata.

E ancora Cellino è un presidente che, secondo il prefetto che ha cancellato la partita, non si è minimamente preoccupato delle  “reazioni emotive, irrazionali e inconsulte” causate dal suo invito ad andare allo stadio. Che è un modo neppure troppo velato di dire al presidente che si è comportato da bambino che per avere il giocattolo non pensa minimamente alle conseguenze. Conseguenze che, per inciso, sono il prevedibile 0-3 inflitto dalla giustizia sportiva a tavolino al Cagliari

Ma la questione oltre che personale è  di sistema e lo è in un senso molto semplice, quello della relazione del tutto occasionale che il sistema calcio ha con le regole. I signori del pallone, con sporadiche eccezioni, la pensano più o meno così: le regole non sono tanto la cornice per far funzionare qualsiasi macchina, quanto un impaccio, un qualcosa da aggirare non appena sia possibile farlo.

Di esempi ce ne sono a decine. L’ultimo, prima del caso Cellino, ce lo serve il calcio scommesse e riguarda la responsabilità oggettiva. Succede che per colpa dei giocatori che scommettono si trovino coinvolte delle società che poco o nulla c’entrano. E succede che queste società, regolamento alla mano, si becchino dei punti di penalizzazione per quella che nel diritto sportivo si chiama responsabilità oggettiva. Tutto più o meno liscio. Ma qual’è la reazione di quasi tutti i presidenti loro malgrado coinvolti? E’ più o meno la stessa: cambiare la regola, cancellare la responsabilità oggettiva perché esiste solo nel diritto sportivo ed è “assurdo che una società ignara paghi per colpa di un suo tesserato”. Volendo se ne può discutere, non è questo il punto. Ma non se ne può discutere a processo in corso con delle irregolarità commesse quando la norma era in vigore.

Tutta interna al calcio è per esempio la questione Lotito, emblema di come il meccanismo sia tutto teso a proteggere se stesso. Succede che nella Figc, organo che il calcio governa o almeno dovrebbe, una norma di un a questo punto ex codice etico, preveda che chi abbia subito condanne penali non può fare il consigliere Federale. Succede che il presidente della Lazio, coinvolto in un processo in cui è imputato per aggiotaggio, subisca una condanna in primo grado. Nel mondo del diritto sarebbe automatica la sua sospensione e la sua sostituzione con un vice o con un nuovo eletto. Nel mondo del calcio, invece, prima si traccheggia e poi si sospende non il presidente ma il codice etico. E che si dica serenamente che tutto questo è stato fatto per Lotito.

Ora succede che Cellino, sfidando la Prefettura e quindi in senso lato lo Stato, abbia compiuto il passo successivo. Abituato alla flessibilità delle regole del pallone ha semplicemente esteso lo stesso concetto fuori dal pallone. La prefettura dice che lo stadio è inagibile? Noi ci andiamo lo stesso, e ci facciamo venire le persone. Basta mettere un comunicato sul sito ufficiale del Cagliari e la gente finirà per fare quello che il Cagliari chiede. Perché è pallone e nel pallone le norme si fanno su misura di chi il pallone lo gestisce.

Per fortuna fuori dal calcio succede che tutto questo non sia valido. E che il prefetto di turno decida di rompere il giocattolo che nella fattispecie è la partita. Perché senza la cornice delle regole nessun gioco può giocarsi, neppure il pallone.

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