Mondiali 2018, le confessioni di Lukaku: “In casa quando ero piccolo schivavo i topi…”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 19 giugno 2018 14:25 | Ultimo aggiornamento: 19 giugno 2018 14:25
Mondiali 2018, le confessioni di Lukaku: "In casa quando ero piccolo schivavo i topi..." (foto Ansa)

Mondiali 2018, le confessioni di Lukaku: “In casa quando ero piccolo schivavo i topi…” (foto Ansa)

ROMA – Romelu Lukaku, l’attaccante del Belgio che ha siglato una strepitosa doppietta contro [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui,- Ladyblitz clicca qui –Cronaca Oggi, App on Google Play] Panama , parla della sua vita e racconta quanto è stato difficile arrivare a questi livelli:

“Ricordo il momento esatto in cui mi resi conto che eravamo in miseria, non semplicemente poveri. Avevo sei anni e, tornando a casa da scuola per la pausa pranzo, vidi mia madre piangere. Quel giorno – ricorda Lukaku – il menù era lo stesso del giorno prima e di tutti quelli precedenti. Pane e latte allungato con l’acqua era tutto ciò che ci potevamo permettere. La foto di mia madre appiccicata al frigorifero mi ricorda ogni giorno le sofferenze che abbiamo dovuto attraversare”. Sì perché, cresciuto nell’estrema povertà, gli stenti gli hanno dato lo stimolo a imporsi. “Fu allora che feci una promessa, giurando che un giorno sarebbe cambiato tutto e che avrei smesso di vederci vivere in quelle condizioni”.

“Mio padre era stato giocatore professionista, ma ormai aveva smesso di giocare ed eravamo rimasti senza soldi. La prima cosa che scomparve – ha proseguito Lukaku – fu la Tv: niente più calcio. Poi la corrente elettrica: niente più luce, spesso per settimane. Quindi l’acqua corrente, via anche quella, e io che mi facevo la doccia in piedi dentro alle pentole, lavandomi i capelli con acqua raccolta in piccole scodelle. Dissi a mia madre che tutto sarebbe cambiato e chiesi a mio padre quando avrei potuto giocare da professionista. ‘A 16 anni’, mi rispose. Bene, dissi, da quel giorno cambierà tutto. E così fu”.

“Da quel giorno, ogni volta che giocavo, fosse anche al parco con gli amici, era come una finale. Quando avevo 11 anni – ha raccontato – iniziai a giocare con il Liegi e ricordo i genitori degli avversari lamentarsi perché secondo loro non potevo avere quell’età. Dubitavano che fossi nato in Belgio, ma io rispondevo sempre che ero belga, di Anversa. Tutto ciò mi dava sempre più forza e mi spingeva a dare il massimo. L’unica cosa che volevo era rispedire gli avversari a casa in lacrime. Da allora, il mio obiettivo è stato solo uno: fare la storia del calcio belga. Non volevo essere tra i più forti, puntavo ad essere semplicemente il migliore, il più forte e il più grande di tutti. Perché ricordavo quando schivavo i ratti in giro per casa, perché non ho mai potuto guardare la Champions in Tv e perché ricordo come mi guardavano i genitori degli altri ragazzini. Per me era un missione”.

“Quando compii 12 anni avevo già segnato 76 gol in 34 partite e feci una scommessa con l’allora tecnico dell’Anderlecht U19: ‘Fammi giocare e segnerò almeno 25 gol entro dicembre. Se non sarà così, tornerò in panchina. Mi rise in faccia. Ma se ce l’avessi fatta, lui avrebbe dovuto pulire tutti i pulmini che il club usava per portare i ragazzi agli allenamenti e, in più, cucinare pancakes per tutta la squadra ogni giorno. Iil 25 novembre – ha ricordato Lukaku – mangiammo tutti insieme i suoi pancakes”. Da lì al salto in prima squadra il passo fu brevissimo: arrivò ad appena 16 anni e 11 giorni. “Iil tecnico della prima squadra mi chiamò per dirmi di alzarmi dal divano e andare al campo perché ero stato convocato. Non potevo crederci. Al minuto 63 mi fece entrare e per me fu come andare in paradiso. Quel giorno perdemmo la finale, ma io capii che avevo mantenuto la mia promessa e che da allora sarebbe andato tutto bene”.