Roberto Mancini: “Per Inter in Champions faccio in bici il cammino di Santiago”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 24 Dicembre 2014 9:20 | Ultimo aggiornamento: 24 Dicembre 2014 9:20
Roberto Mancini: "Per Inter in Champions faccio in bici il cammino di Santiago"

Roberto Mancini: “Per Inter in Champions faccio in bici il cammino di Santiago”

MILANO – Roberto Mancini, allenatore dell’Inter, è stato intervistato in esclusiva da La Gazzetta dello Sport. Riportiamo di seguito l’articolo a firma di Matteo Dalla Vite per la nostra rassegna stampa online.

“Vado là, ho deciso». Scusi Mancio, ma dove? «Se arriviamo in Champions, e io ci credo fortissimamente, vado alla Cattedrale di Santiago de Compostela. In bici». C’è da pedalare.

«Sempre, in tutti i sensi». Ecco Roberto Mancini versione X-mas: sotto Natale ogni fioretto vale. Col tecnico dell’Inter, un incontro lungo e aperto: ogni domanda ha una risposta. Nessun dribbling. Dal mercato a Balotelli, da Ferguson alla Nazionale, dalla rimonta (esemplare) fatta col City a Guarin e Thohir, dalla Juve per la Befana a un Natale come 10 anni fa «dentro a un affetto che sento mio». L’Inter.

Difficile ma non impossibile: Mancini vuole riprendersi tutto ciò che conquistò 10 anni fa?
«Sì. Ci vuole tempo, lavoro, programmazione e attenzione. Ma bisogna tornare a vincere. Lo penso e lo ribadisco».
Gli ostacoli più grandi?
«Le altre squadre, che giocano insieme da anni. La Juve, la Roma, poi il Milan e il Napoli che è miglioratissimo».
E gli ostacoli in… casa?
«E’ giusto che io sottolinei una cosa: prendere una squadra a metà stagione non è mai facile: pian piano devi conoscere situazioni, giocatori, condizione di ognuno. E rispetto a dieci anni fa è tutto meno semplice perché là c’era una squadra che aveva già vinto, sapeva come fare. Però questi ragazzi hanno appreso subito: in tanti anni di carriera non ho mai avuto una squadra così ricettiva in pochi giorni a disposizione».

Detto questo, ecco i soliti errori difensivi.
«E’ successo anche con la Lazio, ma la ripresa è stata buonissima: questa squadra ha carattere. E si cresce anche dentro e con gli errori».
C’è sempre il ritorno in Champions nel mirino.
«Assolutamente. Come ha detto Bolingbroke: why not? Se ci andiamo vado a Santiago de Compostela davvero, promesso».
Serve mercato, ma il fairplay finanziario è una mannaia.
«Per quel che potrà fare, la società mi ha dato pienissima disponibilità: un bel sentire».
Sotto l’albero vorrebbe 2 o 3 regali, giusto?
«Due o tre andrebbero bene, sì». Sorride.
Veniamo al sodo. Cerci è in pole.
«Giocatore forte e importante, e mi pare di aver capito (ride, ndr) che voglia tornare in Italia. Ci vuole un colpo di fortuna…».
Ci vuole uno scontento. Anzi, due.
«L’esterno d’attacco è un obiettivo, poi vediamo come si evolverà il mercato di gennaio. Dobbiamo seguire chi non gioca, chi non è motivato ed è infelice dove si trova. Cerci ha difficoltà a Madrid, non gioca, ma forse se l’Atletico l’ha preso è perché ha un progetto anche attorno a lui».

Possibilità di aggancio?
«Ci siamo dietro da tempo. Diciamo alte, ma lo diciamo piano».
Lavezzi?
«Nel calcio può succedere di tutto. Lui è un big, conosce la serie A ma è pur sempre del Psg».
Sussurro: il Pocho vi raggiungerà a giugno.
(ride) «Chissà…».
L’egiziano Salah?
«Giovane molto interessante».
Perisic vi piace, esatto?
«Sì. Buon giocatore, profilo giusto: poi nemmeno lui è facile da prendere».
Centrocampo: Lucas Leiva? Capoue?
«Il brasiliano è sempre un big, la sua esperienza ci sarebbe utile. Ma è sempre del Liverpool, vediamo… I club non mollano facilmente».
Può darsi che ci siano cessioni per arrivare a un obiettivo?
«Beh, sì, nel calcio succede: magari con un’uscita importante puoi acquistare giocatori che creino una base anche per il futuro, giovani o meno».
E gli obiettivi immediati sono: prendere un giocatore entro il 6 gennaio per poi magari tenerlo a giugno.
«L’idea è quella».

La situazione-Guarin com’è?
«Fredy ha tante qualità, e quell’anarchia che ha addosso può perderla solo lavorando».
Mancini, c’è chi ha ipotizzato una clausola nel suo contratto. Di uscita e in caso di non-Champions.
«Mai fatta. Non esiste alcuna clausola».
Ma se la Champions non arrivasse?
«Non sarebbe un dramma. Ci si riproverà. Di certo faremo il possibile e l’impossibile per arrivarci».
Terzo posto a 6 punti: davanti frenano ma frena anche l’Inter. Ci crede davvero?
«L’anno in cui vinsi la Premier rosicchiai 8 punti allo United nelle ultime 6 gare: fatta una rimonta così vi pare che non possa crederci?».
Se le diciamo Juventus Stadium a cosa pensa?
«Al miglior stadio italiano, che tutti dovrebbero avere. Poi ai match col Galatasaray, che andarono bene… e quindi alla Befana, ma anche quando vincemmo lì con gol di Balotelli, in Coppa Italia».
Ecco, faccia un Buon Natale a Mario. Perché, attorno, sembra avere sempre più gente che lo schiva?
«Beh, c’ha messo anche un po’ del suo… Credo che Mario debba passare un buon Natale, e che ritorni ad essere com’era».

Lei lo rivorrebbe prima o poi?
«Se tornasse forte com’era un tempo sì. E chi, così, non lo rivorrebbe? Dipende tutto da lui».
Quand’è che un giocatore la fa incazzare?
«Quando si butta via e non capisce che fa ciò che vorrebbero fare tutti i bambini. Ai miei tempi pur di andare in campo nascondevi una zoppia o un dolore; oggi vedo che se un giocatore finisce in panchina si nasconde e non lotta. Bah».
Lei l’ha mai fatto?
«Ad inizio carriera: alla Samp, giocavo poco e mi allenavo male apposta. Sbagliando».
Kovacic non dà l’idea di potersi… cestinare.
«E’ un ragazzo dalla faccia pulita e un bravissimo giocatore. Cosa voglio da lui? Che si diverta a giocare a calcio e che segua il suo percorso di crescita naturale, come uomo e fisicamente».

Non c’è giocatore che non dica quanto segue: «Mancini ci ha cambiato la mentalità».
«Le racconto questa: quando arrivai a Manchester eravamo i cugini noisy , rumorosi. Bolingbroke può confermare… All’Old Trafford i tifosi dello United esponevano sempre uno striscione, e lo facevano ogni stagione con gli anni da cui non vincevamo nulla, quindi 36 anni senza vincere, poi 37. Arrivai quando eravamo settimi, nel 2009. Allora ai ragazzi e alla società dissi: “Facciamo sparire quello striscione”. Abbiamo conquistato coppa, campionato e cambiato le gerarchie di Manchester. Qui all’Inter si può fare la stessa cosa».
Il suo primo discorso alla squadra: «Voi contate quanto me».
«Ho detto ”voi contate più di me”: ed è così».
Serve la scintilla. La sua quando è arrivata?
«In Premier. Lì si vive il calcio bene, come si dovrebbe. Che tu perda o vinca la gente ti applaude e tu vai a bere del vino col tecnico rivale».

Il più bel bicchiere di vino con chi l’ha preso?
«Con Alex Ferguson. Vincemmo all’Old Trafford 6-1. Era molto arrabbiato, nel suo libro la ricorda come la peggior sconfitta in carriera, ma Alex aveva sempre vini buoni da offrirti. Quel giorno fu particolarmente buono».
Quanto è stato vicino, in estate, alla Nazionale?
«Non era una priorità, semmai è vero che avrei potuto aspettare altri club, tipo in Francia. Ho avuto zero segnali per la Nazionale, davvero».
Si può dire che lascerà questa Inter solo per la Nazionale?
«Non lo so, nel calcio spesso succedono cose inattese. Io non pensavo nemmeno di essere qui e invece sono tornato a Milano, dieci anni dopo. Ed è stato come ritrovare un affetto, casa. Detto questo, se in futuro dovesse arrivare l’azzurro, sarebbe un onore».

Quei giorni in cui dal martedì 11 novembre c’era un suo nì a giovedì 13 quando ha detto sì, cos’è successo? Che ore sono state?
«Momenti belli, intensi, il martedì avevo detto “ne parliamo”, poi ho detto sì. Si è svolto tutto in tre giorni, ma mi è parso un mese: ore lunghissime, non passavano mai, ma belle».

Sarà più facile per Mancini arrivare in Champions o per Matteo Renzi in generale?
«Per me, per me…» .
Ma cosa le ha promesso Thohir per farle dire quel sì?
«La prima cosa che mi hanno detto è stata: “Guarda che non abbiamo una lira, ma ti vogliamo”. Io? Io non c’ho creduto, al fatto delle… lire, è ho detto di sì: perché l’affetto che mi lega a quest’ambiente è forte, perché l’idea di affrontare una cosa difficile mi ha esaltato e perché quando arriva l’Inter, beh. è l’Inter”.