Roberto Zanda, 14 ore nella neve a 50° sotto zero: “Ecco come mi sono salvato”

di redazione Blitz
Pubblicato il 22 febbraio 2018 7:12 | Ultimo aggiornamento: 21 febbraio 2018 23:03
Roberto Zanda racconta: "Ecco come mi sono salvato"

Roberto Zanda in ospedale (foto Ansa)

AOSTA – Nelle terre selvagge del Nord del Canada, nella foresta dello Yukon, a 50 gradi sotto zero, Roberto Zanda è sopravvissuto pensando “agli affetti e alla fede”. In quelle condizioni, nella neve, ha passato 14 ore scalzo e senza guanti.

Reduce dalla Yukon Artic Ultra, l’ultramaratona canadese di 400 chilometri in cui ha riportato un gravissimo congelamento degli arti, ora racconta la sua avventura dal letto dell’ospedale Umberto Parini di Aosta, dove è stato trasportato al suo rientro dal Canada con un volo sanitario.

“E’ stata la determinazione dei sardi a farmi arrivare al traguardo della vita – dice con fierezza ‘Massiccione’ Zanda – e anche l’attaccamento alla vita, c’è stato un momento in cui mi sono lasciato andare e poi ho deciso di rialzarmi da quel tepore che mi stava avvolgendo e di andare, scalzo, a cercare i soccorsi”.

Della massacrante gara Zanda aveva già corso oltre 300 chilometri, collocandosi in seconda posizione. Poi, all’improvviso, “sono arrivato al punto che non vedevo più il segnale, forse ero un po’ annebbiato dalla stanchezza”.

Da quel momento inizia un incubo, amplificato dalla morsa del gelo. Fino all’arrivo dei soccorsi e al trasporto al General Hospital di Whitehorse, nella regione canadese dello Yukon, non lontano dai confini con l’Alaska.

Da qui è partita la telefonata all’ambulatorio di medicina e neurologia di montagna di Aosta per un consulto in telemedicina. Poi la decisione di trasferire il paziente. “Stiamo ipotizzando di sottoporlo ad un trattamento cellulare che consente un autotrapianto di cellule dal midollo osseo direttamente nella zona colpita dal grave quadro ischemico e necrotico”, spiega Flavio Peinetti, primario del reparto di chirurgia vascolare.

Ad Aosta opera una task force multidisciplinare specializzata nei più complicati casi di incidenti in montagna. “Questo è il caso più grave che abbiamo avuto, un caso che andrà valutato con attenzione”, ammette il neurologo Guido Giardini, direttore dell’ambulatorio.

Ma Zanda non si abbatte: “I medici possono dire quello che vogliono, qualcosa sicuramente la perderò, dicono che faranno il possibile per salvarmi le piedi e le mani, però qualche cosa sicuramente la lascerò sulla strada, che sia poco o molto. Con le protesi oggi si fanno miracoli, saranno nuovi piedi, sarà una nuova sfida”.