Roma, Inter, Lazio, Juventus, Atalanta…il calcio dei “cattivi maestri”

di Lucio Fero
Pubblicato il 4 Maggio 2010 15:56 | Ultimo aggiornamento: 21 Ottobre 2010 19:05

 

Stendardo dei tifosi della Lazio

 

Ero allo stadio, da buon romanista, a vedere Roma-Sampdoria, era la sera del “non succedeva, ma se succedeva…”. La sera del primato giallorosso svanito. Era l’Olimpico, lo stadio intorno a cui allegramente e regolarmente ci si accoltella. Era successo appena una settimana prima dopo il derby con la Lazio. Era lo stadio in cui una settimana dopo la tifoseria della Lazio intimava a voce, e anche mano, armate alla Lazio di perdere, anzi di non giocare proprio contro l’Inter. Ma quella sera non c’erano coltelli e intimidazioni, era una sera tranquilla, quasi per famiglie allo stadio.

E infatti, appena dietro di me in una fila di Tribuna Tevere centrale, c’era una famiglia con bambino-ragazzo di forse dieci anni. Appena comincia la partita il bambino-ragazzo comincia ad urlare “arbitro cornuto e infame” e ad augurare ogni disgrazia alla famiglia dell’arbitro, dei guardalinee e di tutti i giocatori avversari. Gli si gonfia la gola, si impegna allo spasimo nella performance, nella recita tifosa. Ma è anche una recita familiare, per la famiglia, la sua famiglia. I suoi adulti e gli adulti intorno a lui lo guardano compiaciuti e complici, lo sostengono con sorrisi come quelli che si regalano al bimbo che recita la poesia di Natale. Per gli adulti quel bambino-ragazzo invasato è un piccolo eroe, uno che sa come ci si comporta allo stadio.

Sono gente normale che trova normale insegnare che ogni avversario è un infame da cancellare. Non è vero che abbiano solo la cultura del vincere ad ogni costo, magari. La cultura dominante tra la gente normale allo stadio è quella del “metterla a quel posto” a chiunque non faccia parte della tua tribù. Penso che se quel bimbo-ragazzo fosse mio figlio o nipote l’avrei rimproverato, represso, soprattutto mi sarei vergognato di lui. Penso anche di essere in minoranza, alieno allo stadio e non solo. In minoranza e alieno in tutto il mondo del calcio.

Infatti la cultura del “metterla a quel posto all’altra tribù” è impartita da ben altre cattedre e maestri di quella normale famigliola. Sono a casa davanti alla tv e ascolto la telecronaca Sky di Caressa per Barcellona-Inter. Ogni intervento degli spagnoli viene definito “violento, inaccettabile, scandaloso”. Ogni azione italiana è “sublime”. Ogni fischio dell’arbitro contro i nostri è “sopruso”, o almeno “sospetto”. Ogni punizione per noi è “sacrosanta”.

Maestri di questo genere abbondano: due giorni prima della partita che la Lazio regala all’Inter in odio alla Roma, il tifo romanista “organizzato”, con il bene placito della società guidata da Rosella Sensi, organizza una manifestazione di piazza niente meno che contro gli arbitri. Si rivendica il diritto inalienabile ad avere l’arbitro “buono” e l’unico arbitro “buono” è quello che fischia e comanda a tuo favore. Storie e maestri “romani”, con le radio locali che fomentano, con gli ultras laziali che minacciano i giocatori, con quelli romanisti che coniugano insieme “impero e classifica”, “onore e bomba carta”?

L’intera tifoseria juventina è un anno e più che rimpiange Luciano Moggi che faceva loro vincere le partite, non perchè lo ritengono innocente di truffa sportiva e non solo sportiva, ma perchè sono certissimi sia colpevole, quindi uno “fico” che comandava davvero.

Tifoseria e società interiste pochi mesi fa, con ampio consenso di stampa, giudicavano un “fico” Mourihno che invitava alla sollevazione popolare contro l’arbitro e giudicavano intollerabile l’arbitro Tagliavento che applicava le regole niente meno che contro la squadra più forte e più ricca, la loro.

Nell’ultima giornata giocata di campionato l’Atalanta si giocava a Bergamo la permanenza in serie A contro il Bologna. L’arbitro fischia un rigore a favore dell’Atalanta, lo sbagliano. Poi l’arbitro ammonisce Castellini dell’Atalanta, il giocatore lo manda platealmente a “fanculo”. Espulso. Dirà poi l’allenatore dell’Atalanta che l’arbitro ha mancato di senno e di responsabilità. Non una parola sul giocatore, esentato dalla responsabilità di non farsi espellere nella partita più importante. Mutti e quasi tutti come lui ritengono in Italia vada rispettata la legge per cui nelle partite importanti è lecito, anzi normale mandare a “fanculo” l’arbitro.

In ogni campetto di periferia i genitori bordo campo invitano i figlioli che giocano a “spezzare le gambe” all’avversario. Imprecano e minacciano l’arbitro, è la regola. Ogni stadio è militarmente occupato da gente che “sfascia tutto se non si vince”. Ogni trasmissione televisiva è megafono e palestra della prepotenza ottusa. Ovunque sono in cattedra i “cattivi maestri” del calcio. Non quelli che insegnano a vincere ad ogni costo, quelli sono i maestri tosti. Non quelli che tifano “contro”, questo lo fa ogni tifoso.

Ma quelli che insegnano che ogni sconfitta è frutto del complotto altrui, quelli che esaltano l’astuzia meravigliosa dell’imbroglio, quelli che predicano come virtù l’irresponsabilità delle proprie azioni e parole. Capello ha detto che il calcio italiano è dominato dalla cultura ultras. Si sono offesi tutti perchè è la pura verità. Mourinho dall’Italia non vede l’ora di andarsene. Ranieri dice che questo calcio non gli piace. Ancelotti è felice in Inghilterra.

Si sta per giocare Roma-Inter finale di Coppa Italia. Alla partita ci sio avvicina con paura, odio e astio. Ancora una volta sarà confermato quel che gli inglesi dicono con disprezzo di noi: “Gli italiani giocano le guerre come fossero partite di calcio e le partite di calcio come fossero guerre”. Guerre cui portano munizioni i “mercanti di armi” che sulla guerra ci campano.

Compresi i Mughini che fanno esplodere le mine dello “sport che muore” perchè la Lazio gioca a perdere. E che dovevano fare i giocatori laziali quando la cultura di tutto il calcio ha prodotto una curva e una tribuna che minaccia a mano armata? Gli ultras sono sono scolari che si sono portati avanti con il programma, il programma steso e rispettato da un’intera e premiata Accademia di “cattivi maestri”: i giornalisti, i dirigenti, i presidenti, i procuratori, gli allenatori e i genitori. E allora? Allora non c’è nulla da fare: nessuno prenderà a calci in culo questo calcio, l’unica cosa da fare.