Roma: Totti Poker Mania

Pubblicato il 23 Marzo 2010 13:42 | Ultimo aggiornamento: 23 Marzo 2010 13:42

Francesco Totti e il mondo del Poker sportivo. Ecco alcuni estratti dell’intervista del “Corriere della Sera”.

Totti, ormai gira uno spot dopo l’altro. Non è che pianta tutto per fare l’attore?
«Ma no. La mia professione è quella del calciatore e onestamente penso solo a giocare a calcio».

De Laurentiis ha dovuto smentire di averla ingaggiata per un cinepanettone.
«Io voglio solo recuperare prima possibile dopo l’infortunio: non vedo l’ora di tornare in campo».

E con chi gioca, di solito?
«Le partite più divertenti sono quelle con Philippe Mexes, Jérémy Menez e Marco Cassetti. Ma quello che mi piacerebbe spennare sul serio è Mexes».

E sua moglie Ilary cosa ne pensa?
«Nulla di particolare. Sa che lo vivo come un divertimento. Il poker è solo una delle tante cose che mi piace fare e a cui dedico un po’ del mio tempo».

Gioca spesso?
«Circa tre volte la settimana. A volte anche online».

Il suo nickname?
«Totti10. Provate a sfidarmi».

Bluffa più al tavolo di gioco, in campo o nella vita?
«Bluffo solo al tavolo verde perché lì fa parte del gioco. In campo non direi, casomai corro qualche rischio scegliendo magari una soluzione difficile».

E nella vita?
«Mai. La vita è una cosa seria, bisogna bluffare il meno possibile».

Però a lei, nella vita, piace prendersi in giro.
«Essere un po’ autoironici è fondamentale. Saper ridere, anche di se stessi, a volte aiuta».

Altre cose, invece, le prende molto sul serio. L’ incarico di ambasciatore dell’Unicef, ad esempio.
«Sono convinto di essere stato fortunato e trovo sia giusto dedicare un po’ di tempo a chi soffre».

Ha due figli piccoli. Per questo ha scelto l’Unicef?
«Ho preso questo impegno perché i bambini sono il nostro futuro e l’Unicef vorrebbe garantire a tutti un futuro dignitoso. Conosco tante persone che hanno dedicato la loro vita a questo scopo. Il minimo che possoa fare io è dare un po’ di tempo».

Spieghi a un bambino che cos’è la felicità
«Posso dire che cos’era per me. Correre dietro un pallone tutto il giorno. E poi, dopo, tornare in una casa serena, da una famiglia che mi amava. Quello che tutti i bambini dovrebbero avere».