Stig Tofting: “Mio padre uccise mia madre e poi si tolse la vita. Il calcio mi ha salvato”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 19 dicembre 2018 11:38 | Ultimo aggiornamento: 19 dicembre 2018 11:38
Stig Tofting: "Mio padre uccise mia madre e poi si tolse la vita. Il calcio mi ha salvato"

Stig Tofting: “Mio padre uccise mia madre e poi si tolse la vita. Il calcio mi ha salvato”

ROMA – “Mio padre sparò e uccise mia madre e poi si tolse la vita…”. Stig Tofting, ex centrocampista danese, ha concesso una lunga intervistata al Daily Mail. Una vita tormentata, quella di Tofting. Quando aveva solo 13 anni il padre uccise la madre e si tolse la vita. Nel 1999 mandò all’ospedale un ragazzo dopo una rissa in una discoteca danese. Nel 2000, quando gli fu negata una licenza per aprire un bar nel suo paese natale, decise di candidarsi a sindaco. Eletto, Tofting poi decise di dimettersi. Ma comunque ottenne la licenza.

Nel 2002, durante il Mondiale in Corea del Sud e Giappone, fu protagonista di una rissa con Jesper Grønkjær. Nello stesso anno prese a testate il proprietario di un ristorante di Copenaghen che si lamentava del chiasso che stava facendo insieme con i suoi compagni di squadra. Poi picchiò anche i camerieri. Nel 2003 perse un figlio di 22 giorni in seguito ad una meningite. Nel 2004 è stato licenziato dall’Aarhus per aver picchiato alcuni compagni di squadra. Durante una festa di Natale.  Nel 2005 infine uscì la sua autobiografia “No regrets” (Nessun rimpianto). La stessa scritta che si è tatuata sull’addome.

Era il 1983 e Tofting, all’epoca promettente giovane dell’Aarhus, era contento perché il giorno dopo avrebbe dovuto giocare una finale del campionato giovanile. Ma quando tornò a casa Stig trovò il cadavere del padre riverso sulle scale in una pozza di sangue. Accanto a lui un fucile da caccia. In cucina il cadavere della madre.

“Perdere i genitori in questo modo – dice al Daily Mail – ti cambia la vita. Ho imparato a convivere con questi ricordi. Purtroppo ero giovane e non avrei mai potuto fare nulla. Anzi. Fossi stato in casa probabilmente sarei morto anche io”.

“Il giorno dopo ho giocato la finale – racconta – Non volevano farmi giocare. Ma non ho mai avuto dubbi. I miei compagni di squadra non sapevano nulla. Alla fine abbiamo vinto e io sono stato scelto come uomo partita dall’allenatore della nazionale”.

“Il calcio mi ha salvato – continua – L’ho sempre vissuto come uno spazio dove nessuno poteva toccarmi. Tutte le cose brutte le lasciavo fuori”.

Tofting ha esordito nel campionato danese nel 1989 , poi ha giocato in Bundesliga e nel 2002 si è trasferito al Bolton. La storia dell’omicidio-suicidio uscì fuori nel 2002, alla vigilia dei Mondiali:

“Ero con mia moglie in Corea del Sud – ricorda – Quando la televisione ha iniziato a parlarne ho dovuto allontanare i miei figli. All’epoca erano ancora troppo piccoli”.

Nello stesso anno l’aggressione al ristorante: “Eravamo ubriachi e stavamo festeggiando dopo il Mondiale – spiega – C’è stato un fraintendimento con il titolare e l’ho colpito. Poi mi hanno buttato fuori e lì è continuata la rissa”.

Nel 2003 la morte del figlio: “In confronto quello che ho passato in carcere non è nulla. Mi farei dieci anni di carcere per riavere il mio bambino”.

Tofting era soprannominato “The Lawnmower” (“Il tagliaerbe”) perché giocava in ogni parte del campo: “In carcere ogni sera giocavamo a calcio. Era come stare in ritiro”.

Poi ammette: “Il mio miglior ricordo nel calcio? Quando scambiai la maglia con David Beckham. Anche lui ha la mia maglietta ma non credo l’abbia appesa al muro come ho fatto io”.

Nel 2005 Tofting accompagnò Gravesen a Madrid: “Quando scesi dall’aereo i giornalisti si preoccuparono: e ora chi è questo? Noi abbiamo comprato Gravesen”.