Var, calcio è quel che si vede in tv o quel che si va a vedere in tv?

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 4 dicembre 2018 9:32 | Ultimo aggiornamento: 4 dicembre 2018 9:32
Var in serie A, calcio è quel che si vede in tv o quel che si va a vedere in tv?

Var, calcio è quel che si vede in tv o quel che si va a vedere in tv? (nella foto Ansa, il fallo subito da Zaniolo in Roma-Inter)

ROMA – Var o non Var, a far la differenza tra un fallo da rigore e non, è il fischio dell’arbitro. ‘Rigore è quando arbitro fischia’ spiegava con una sintesi mai più raggiunta il mitico Vujadin Boskov. Da quando però il Virtual Assistant Referee ha fatto il suo esordio sui campi da gioco l’interrogativo è diventato un’altro: ‘Qual è il calcio?’. E’ quello che si vede in tv, o quello che si può vedere in tv col ‘permesso’ degli arbitri.

Una provocazione, certo. Ma fino ad un certo punto. E’ decisione fresca di questo fine settimana quella di introdurre il Var anche in Champions League già dagli ottavi di questa edizione. Una decisione che anticipa uno sbarco fissato, con colpevole ritardo, per la stagione 2019/20 del più importante torneo continentale e una decisione che segue i molti, troppi errori arbitrali visti proprio in Champions. Se la tecnologia però c’è, ed è una buona cosa, quello che manca è evidentemente la capacità degli arbitri di sfruttarla appieno. Stiamo parlando, e non è un mistero, di Roma-Inter, del rigore non dato al giallorosso Zaniolo e dell’errore “inconcepibile” ma concepito dal duo Rocchi (arbitro della gara) – Fabbri (addetto al Var).

Un errore su cui si è detto molto, forse persino troppo, come nel caso delle malignità per cui un addetto al Var potrebbe, per logiche discutibili, far sbagliare apposta un collega e un errore che sembra figlio della ricostruzione che appariva in una primo momento come una battuta. La battuta pensata da molti (praticamente tutti quelli che domenica sera hanno seguito la gara dell’Olimpico) e che Francesco Totti ha verbalizzato chiedendosi se al Var “stessero guardando un’altra partita”. La ricostruzione più verosimile dice che gli uomini Var non stavano guardando un’altra partita, ma forse il replay sbagliato sì. Chiusi in uno stanzino che non comunica con l’esterno e avendo onore e onere di decidere in assoluta autonomia se e quali replay controllare, nel caso di Zaniolo, gli addetti al Var potrebbero infatti aver focalizzato la loro attenzione su una camera da cui il fallo non appariva evidente.

Questo mentre il mondo guardava il replay scelto invece dal regista, che evidentemente di camere televisive ed inquadrature capisce di più, vedendo lo sgambetto ai danni del giovane talento romanista. Da qui il dubbio: il calcio è quello visto in tv da milioni di telespettatori dove, al 36esimo del primo tempo, la Roma subisce un fallo da rigore, o è invece quello dell’arbitro o degli arbitri di turno che scelgono una diversa visuale, non vedono il rigore e lasciano andare la partita su un binario diverso? La domanda è retorica ma la questione non è peregrina perché, nei fatti, le due partite sono partite diverse.

Nulla esclude che con un rigore sullo 0-0 possa finire comunque con un pareggio e magari anche con un 2-2, ma in una gara la Roma avrebbe avuto un rigore, mentre nell’altra non l’ha avuto. Se la tecnologia c’è, ed arrivata anche perché prima di lei erano arrivati i replay e ci sono stati anni, tanti, in cui milioni di telespettatori tifosi e non, compresi quelli con la fortuna di aver un monitor allo stadio, vedevano la partita e i falli meglio degli arbitri chiamati a dirigerla, sarebbe allora il caso di uniformare quel che vediamo tutti con quel che vedono i fischietti.

Lasciando però la scelta delle camere e delle inquadrature da utilizzare ai registi o formando addetti al Var che abbiano idea dei concetti di prospettiva, campo largo, lungo in grado di fargli scegliere il replay giusto. Se non si è in grado di far questo facciamo allora dirigere agli arbitri anche la regia tv, almeno milioni di tifosi eviteranno travasi di bile guardando falli invisibili ai direttori di gara.