Disoccupato 40% giovani: non è vero. Il conto giusto dice: disoccupato l’11%

di Riccardo Galli
Pubblicato il 2 ottobre 2013 13:19 | Ultimo aggiornamento: 2 ottobre 2013 13:19

disoccupatoROMA – Le statistiche annunciano: il 40% dei giovani tra 15 e 24 anni è senza lavoro, disoccupato. I numeri dicono che, i giovani compresi in questa fascia d’età sono, nel nostro Paese, 6 milioni e poco più. Ergo i disoccupati sono poco meno di due milioni e mezzo. E invece no, sono meno di 700 mila i giovani senza lavoro, e questo non perché la matematica sia impazzita ma perché, come spiega Dario Di Vico sul Corriere della Sera, fare un titolo o coniare uno slogan è spesso assai più semplice che interpretare, e leggere, i dati.

Colpa anche dell’informazione e quindi, in qualche modo, anche noi siamo responsabili della confusione mediatica e numerica nata intorno alle stime fornite dall’Istat. Cerchiamo però di capire, seguendo il ragionamento di Di Vico, innanzitutto come stanno le cose. Abbiamo detto che i ragazzi compresi tra i 15 e i 24 anni in Italia sono 6 milioni 18 mila. Ma questo è il numero totale, un insieme che include coloro che studiano, che sia scuola o università, circa 3 milioni e 600 mila ragazzi, e i cosiddetti “Neet”, i giovani che non studiano e non cercano lavoro, altri 700 mila. Quattro milioni e 357 mila ragazzi, sommando le due “tipologie”, che non si possono considerare disoccupati. Non lavorano, certo, ma non perché non trovano un’occupazione ma perché in stragrande maggioranza fanno altro o al lavoro non pensano affatto.

Tolti questi, per arrivare ai citati 6 milioni, mancano all’appello 1 milione 662 mila giovani che sono, non a caso, quelli considerati “attivi”. Di questi, un milione circa, è occupato mentre, altri 667 mila, sono ufficialmente disoccupati.

Passiamo ora alle percentuali. I 667 mila “ufficialmente disoccupati” sono, se rapportati alla fetta di popolazione giovanile considerata attiva, il famigerato 40%. Ma, se rapportati alla totalità dei giovani compresi tra i 15 e i 24 anni, diventano l’11,1%.

Ecco dimostrato come non corrispondano a verità i titoli che urlano “Il 40% dei ragazzi è disoccupato” o “Un giovane su due è senza lavoro”. Un falso, un errore prodotto probabilmente non di mala fede ma di superficialità, in cui molti incorrono. Non solo giornalisti ma anche politici, sindacalisti e imprenditori. Sarebbe corretto dire, e titolare, “Un giovane su due tra quelli attivi non ha lavoro” o “Tra i 15 e i 24 anni uno su dieci cerca occupazione”.

Da dove nasce l’errore, oltre che da una superficiale lettura dei dati forniti dall’Istat? Per la gioia di tutti coloro che non amano l’Europa la colpa, o almeno la confusione iniziale, viene dalle direttive continentali che impongono un criterio di rilevazione standardizzato a livello di Ue, altrimenti si perderebbe la possibilità di effettuare comparazioni tra i singoli Paesi.

 Scrive Di Vico: “L’obbedienza statistica europea la paghiamo in termini di cattiva comunicazione (e di peggioramento del mood del Paese già tendente al nero) al punto che l’Istat sotto la presidenza di Enrico Giovannini (diventato poi ministro del Lavoro) ha preso tutte le volte a organizzare appositi briefing per i giornalisti tesi a distinguere puntigliosamente campioni e risultati in percentuale. Una tela di Penelope che viene ogni volta scucita in nome di una semplificazione fatalmente abborracciata. ‘I dati statistici specie se attinenti all’occupazione sono una materia delicata – dice Giuliano Cazzola (Scelta civica) e non vanno usati come arma di lotta politica. Si finisce per rappresentare una condizione del Belpaese talmente grave da scoraggiare chi volesse raggiungere le nostre coste emigrando persino dal Burkina Faso. Il lavoro è sicuramente un’emergenza ma è bene delineare una rappresentazione corretta dei problemi’.

Aggiunge l’ex ministro Tiziano Treu:

‘La comunicazione finisce per peggiorare le cose. Crea un effetto valanga sui dati della disoccupazione che non giova a nessuno. Non si possono considerare disoccupati i giovani che sono in età scolare e assimilarli a chi lavora o comunque cerca un impiego’. La querelle statistica, continua Treu, rende ancora più difficile la spiegazione dei provvedimenti all’opinione pubblica. Se si confondono i perimetri di applicazione tutto diventa più difficile e caotico”.