Terremoto, Italia ruota, isterica. L’Aquila peccato originale della magistratura

Pubblicato il 11 Giugno 2012 14:55 | Ultimo aggiornamento: 11 Giugno 2012 14:55

ROMA – Cosa vuole, cosa vorrebbe chi ha subito le conseguenze, i danni materiali e psicologici di un terremoto? Vuole e vorrebbe sicurezza, certezza. Certezza che è finita, oppure che continua, sapendo dove, quando e come. Vorrebbe certezza che equivale alla sicurezza di cui ha massimo bisogno. Nel tornare al lavoro, nel tornare a casa a dormire, nel cominciare a ricostruire. La vuole talmente quella certezza e sicurezza chi ha subito o sta subendo in terremoto che le chiede, le esige dalle “autorità”. Cioè da chi comanda e da chi sa. Ieri il principe o il prete, oggi il politico o lo scienziato. A questa richiesta di certezza e sicurezza il politico in scienza e coscienza e lo scienziato con cognizione di causa e consapevolezza sociale dovrebbero rispondere con un secco e inequivocabile: nessuna certezza ti possiamo dare, non è in nostro potere sapere, la sicurezza che reclami nessuno la può garantire.

Da qualche tempo in Italia le “autorità” si guardano dal rispondere a tale domanda, giusta, con altrettanto giusta risposta. Dicono che il terremoto non si può prevedere, non si può sapere dove e quando. Però si può ipotizzare che dove c’è stato un terremoto a fianco probabilmente ce ne sarà un altro, si può perfino immaginare più o meno in che zona cadrà quella disgrazia. Quando? Di preciso impossibile dire. Quanto? Forte più o meno come gli altri terremoti nelle zone limitrofe. Tutte cose ovvie, giuste ma ovvie. Più che ovvie in un paese dove ci sono 12mila scosse telluriche all’anno, 600 di queste percepibili dagli umani e non solo dagli strumenti. Quasi due scosse al giorno, non ci vuol molto azzardo per ipotizzare terremoti in una penisola che sta geologicamente ruotando in senso anti orario verso il continente spinta dalla placca africana. Il formalmente corretto comunicato della Commissione Grandi Rischi che ipotizza eventi sismici nella zona di Ferrara poteva essere emesso senza tema di smentita in un qualsiasi giorno italiano. Ma è stato prodotto, steso e reso pubblico ora e ora il governo ha deciso di renderlo pubblico.

Non certo per avvisare popolazioni di un terremoto in  arrivo, non si può, nessuno sa quando un terremoto arriva. Si è reso pubblico un documento non sbagliato ma ovvio perché se non si fosse fatto manifesto di quei fogli e poi fosse arrivata una scossa a Ferrara e dintorni qualcuno, più d’uno avrebbe impugnato quei fogli come prova per chiedete, e ottenere, la testa di chi comanda e di chi sa, del governo e degli scienziati, insomma delle “autorità”. In quel caso, in caso di scossa arrivata senza pubblicazione dell’avviso di scossa possibile, un paese isterico avrebbe di sicuro chiesto e ottenuto la punizione dei colpevoli del “disastro annunciato”. Un paese isterico, non un paese in salute mentale.

Un paese così mentalmente ammalato dal giorno del suo peccato originale: l’idea di mandare a processo chi non avvertì gli abitanti de L’Aquila che un terremoto stava arrivando. Addirittura reato, addirittura processo. Ma avvertire non si può, la scienza non  sa se e quando avvertire. Allora cosa si processa? L’incapacità dei sismologi di leggere nella mente di dio, la loro non consonanza intuitiva con la divinità, quindi il peccato che li rende impermeabili al divino? A questa follia isterica del processo a chi non previde il terremoto de L’Aquila si sono associati settori consistenti della pubblica opinione e anche, purtroppo, della cosiddetta società civile. Ma nulla sarebbe di grave accaduto se non  ci fosse stata una magistratura che ha ritenuto plausibile prima ancora che legittimo istruire un simile processo. Un paese isterico ha partorito questa follia ma il peccato originale nella creatura l’ha immesso la magistratura. Da quel momento in poi ogni “autorità” a chi chiede certezza e sicurezza sul terremoto non risponderà più con la verità ma con una insalata di nessuna bugia e mezze verità che metta al riparo da sentenze e forconi.