Donne in Rai, la parità è una questione di qualità e di quantità – Giovanni Valentini

di Redazione Blitz
Pubblicato il 11 Marzo 2014 5:30 | Ultimo aggiornamento: 10 Marzo 2014 18:28
Donne in Rai, la parità è una questione di qualità e di quantità - Giovanni Valentini

Donne in Rai, la parità è una questione di qualità e di quantità – Giovanni Valentini (Lapresse)

ROMA – La Rai si rivela lo specchio di un Paese molto in ritardo sulle pari opportunità fra uomini e donne. Giovanni Valentini, nel commento sulla sua rubrica “Il sabato del villaggio” (Repubblica 8 marzo, “Le donne della Rai e la Rai delle donne”), sottolinea come il problema della sotto-rappresentazione delle donne nelle trasmissioni del servizio pubblico sia una questione di qualità e di quantità, e in ultimo di cultura.

Un esempio: il Tg3, diretto da una donna, Bianca Berlinguer, è secondo le rilevazioni dell’Osservatorio di Pavia quello che da meno spazio alle donne nelle presenze esterne allo studio televisivo (collegamenti, reportage, dirette).
“Ha un bel dire, allora, la presidente della Rai Anna Maria Tarantola che “dalle fiction ai ruoli da dirigente le donne stanno cambiando la Rai”, come ha dichiarato enfaticamente in una recente intervista al Corriere della Sera. Con una buona dose di “naïveté”, lei stessa ammette “mi sono trovata in una realtà che non conoscevo”, confermando così l’arbitrarietà e opinabilità di certe nomine. Ma, con tutto il rispetto per la persona, la signora Tarantola rischia il ridicolo quando arriva a rivendicare in tono trionfalistico: “Abbiamo aumentato persino le concorrenti nei quiz”.
Sta di fatto che, come documenta il monitoraggio Rai 2013 realizzato dall’Osservatorio di Pavia sulle tre reti generaliste in ottemperanza al contratto di servizio con lo Stato, le donne sono invece “sotto-rappresentate” nelle trasmissioni del servizio pubblico: in primo luogo perché “fanno poco notizia”, “sono poco intervistate come esperte e portavoce” e poi, tra gli stessi politici, vengono penalizzate perfino rispetto alla loro rappresentanza parlamentare. E perciò la “Commissione pari opportunità” dell’Usigrai, il sindacato interno dei giornalisti, ha tutte le ragioni per farsene carico. L’immagine femminile riprodotta dalla televisione pubblica appare tuttora lontana dalla realtà e richiede un cambiamento radicale nella programmazione e nell’organizzazione della tv pubblica.
Non si tratta tanto di “aumentare il peso delle donne nella Rai”, come auspica con l’ingenua di una gaffe dietetica la presidente Tarantola. Né solo di “avere più donne nei ruoli decisionali”. E per quanto riguarda un tema particolarmente delicato che va dalla discriminazione sul lavoro alle molestie sessuali fino allo stalking, neppure l’equazione “più potere, meno violenza” è sufficiente a fornire una risposta efficace e rassicurante.
Può essere indicativo, a questo proposito, il dato che il telegiornale più “femminile” risulta il Tg1 diretto da Mario Orfeo, con il 54,3% di giornaliste e il 23,9 di presenze esterne; quello più “maschile” il Tg2 di Marcello Masi, rispettivamente con il 43,7 e il 18,5; e infine il Tg3 di Bianca Berlinguer quello con il maggior divario fra presenze interne ed esterne (68,4 e 17,7). Verrebbe quasi da dire che a volte le donne penalizzano le donne.
Dalla stessa indagine dell’Osservatorio di Pavia, risulta che i programmi d’informazione e approfondimento della Rai registrano una presenza femminile pari al 52,2%, mentre fra le persone intervistate e gli ospiti le donne sono soltanto il 26%, appena il 22% fra quelle che fanno notizia, il 18,2 fra i portavoce e il 21,4 fra gli esperti. Significativamente più elevata, invece, è la presenza femminile fra le testimonianze o narrazioni di esperienze personali (36,5) e le voci dell’opinione popolare (45,8).
Più che un problema di potere, quindi, questo è soprattutto un problema di cultura: cioè di interessi, sensibilità, curiosità e gusti che le donne, giornaliste e conduttrici, possono apportare alla televisione pubblica. Un’integrazione e un arricchimento rispetto al tradizionale palinsesto d’impronta maschile. Ma la verità è che proprio dalla presenza e dalla rappresentazione delle donne in tv dipende in larga misura la condizione delle donne nella società”.