Michele Santoro-Marco Travaglio pace e stretta di mano: “Marco la mia bandiera”

di redazione Blitz
Pubblicato il 24 Ottobre 2014 14:22 | Ultimo aggiornamento: 24 Ottobre 2014 14:22
Santoro-Travaglio, pace con stretta di mano: "Sei la mia bandiera"

Marco Travaglio e Michele Santoro

ROMA – “Caro amico, sei la mia bandiera”.  Così Michele Santoro giovedì sera, in apertura di Servizio Pubblico, ha sventolato la bandiera della pace fatta con Marco Travaglio, ricordando sulle note di Lucio Dalla la scelta che fece tanti anni fa di portare il vicedirettore del Fatto in tv.

Il “bisticcio” tra i due, che aveva costretto Travaglio ad abbandonare lo studio nel corso della scorsa puntata, è nato e finito in tv, con una stretta di mano. Puntuale, alle 23.30 Travaglio è arrivato in trasmissione, ha stretto la mano a Santoro e senza proferire ulteriore parola sulla polemica, si è accomodato sulla sedia lasciata vuota la settimana prima e ha attaccato con il suo consueto editoriale. Tema, l’immigrazione.

Forse più sentimentale, Santoro ha invece voluto dedicargli l’apertura del programma. Una spiegazione agli ascoltatori era comunque doverosa. Il conduttore ha ricordato di quando si sono conosciuti con Travaglio, di quando lo ospitò per parlare di Luciano Moggi, all’epoca dirigente della Juventus:

“Capii subito che era un giornalista di razza, di talento”.

Poi si palesò la possibilità di lavorare insieme. Erano i tempi di Berlusconi e degli attacchi alla Rai:

“Nacquero, con Travaglio protagonista, le trasmissioni criminali per cui fui cacciato per due anni da tutte le televisioni italiane. Quando tornai decisi di fare di Marco Travaglio il mio simbolo, la mia bandiera, il mio confine nei confronti del potere politico e della censura.

Penso di aver contribuito per lo meno un poco a toglierci dalla faccia la vergogna nei confronti del mondo per aver sopportato il più spudorato conflitto di interessi che la storia dell’Occidente ricordi.

Lottando contro la censura sono diventato molto amico di Travaglio, di Montanelli, di Biagi, di Luttazzi, di Celentano, di persone diverse e lontane da me, qualche volta molto distanti e molto differenti dal mio modo di pensare. Pensavo che il nostro Paese sarebbe diventato più libero, più civile, più democratico, più tollerante, più rispettoso nei confronti delle opinioni più diverse.

E anche se oggi sono tentato di farlo, devo dire che non sono ancora disposto a dire: ho perso, mi sbagliavo”.