Piero Chiambretti racconta la sua battaglia contro il coronavirus: “Sono guarito dopo la morte di mia madre”

di redazione Blitz
Pubblicato il 15 Maggio 2020 15:31 | Ultimo aggiornamento: 15 Maggio 2020 15:31
Piero Chiambretti racconta la sua battaglia contro il coronavirus: "Sono guarito dopo la morte di mia madre"

Piero Chiambretti racconta la sua battaglia contro il coronavirus: “Sono guarito dopo la morte di mia madre” (Foto Ansa)

TORINO  –   “Il 16 marzo sono stato ricoverato d’urgenza all’Ospedale Mauriziano di Torino per tre focolai di polmonite a causa del Covid-19. Un giorno che non potrò mai dimenticare”: con queste parole inizia la lettera aperta scritta a Repubblica da Piero Chiambretti, il conduttore sopravvissuto al coronavirus, che ha però ucciso sua madre.

 “Il pronto soccorso, i suoi rumori, la confusione di medici e malati, le barelle, le mascherine, sensazioni – ricorda Chiambretti – di qualcosa che avevo visto alla televisione, ma che dal vivo erano un’altra cosa: più definite, più realistiche e tangibili, che allontanavano il rumore fastidioso delle parole della tv, così vuote e lontane. Passare dall’interessarsi degli sviluppi del virus, ad esserne colpito, cambia la prospettiva in modo netto”.

 “’Il reparto “Covid’ era allestito nello stesso pronto soccorso del quale ben presto avrei conosciuto tutto o quasi. Lo smarrimento iniziale di tutti era l’incertezza. Gli occhi di quelli che arrivavano ad ogni ora, come in un ospedale militare da campo, erano spalancati, terrorizzati, in cerca di qualche segnale di conforto. E da subito quel segnale arrivò da un gruppo di infermieri e medici che, bardati al punto di non riconoscerli e scambiarli, si fecero partecipi del nostro dramma”.

Chiambretti dedica parole toccanti proprio agli infermieri e ai medici: “La cosa che subito mi colpì di questi angeli fu l’età: tutti giovanissimi, con una energia che trasmettevano ogni volta che li chiamavi, sempre sorridenti e rassicuranti, anche laddove le condizioni di salute non era buone”.

Il conduttore ricorda le difficoltà anche da parte dei sanitari: “Non avevano ricette per una pronta guarigione, non avevano la pillola magica che fa tornare tutti a casa, ma la loro efficienza mischiata alla grande umanità erano una medicina molto più forte delle medicine sperimentali che somministravano. Sempre presenti, il giorno come la notte, sempre vestiti dalla testa ai piedi con le maschere protettive che lasciavano evidenti segni in faccia”.

Quindi, la guarigione: “La mattina successiva la morte di mia mamma, io miracolosamente ho cominciato a stare bene (grazie Felicita), tanto da essere dimesso dopo una settimana e due tamponi negativi. Era un lunedì pomeriggio, quando impreparato a lasciare l’ospedale sono tornato a casa in taxi in pigiama, considerato che portato via d’urgenza quindici giorni prima a sirene spiegate, non avevo neppure una borsa”.

Conclude con un altro messaggio rivolto a medici e infermieri: “Ricordo la soddisfazione negli occhi degli infermieri e dei medici nel consegnarmi una cartella clinica dall’happy end quasi come fosse guarito uno di loro. Oggi che sono a casa e leggo che 160 tra medici, infermieri e personale sanitario, hanno perso la vita per salvare quelle altrui che in molti casi neanche conoscevano, mi si stringe il cuore e penso come il nostro Paese ha in queste persone degli esempi da cui imparare tanto”. (Fonte: La Repubblica)