Sanremo 2020, Famiglia Cristiana sdogana Junior Cally: “No censura, sia occasione di dialogo”

di redazione Blitz
Pubblicato il 30 Gennaio 2020 16:54 | Ultimo aggiornamento: 30 Gennaio 2020 16:54
Sanremo 2020, Famiglia Cristiana sdogana Junior Cally: "No censura, sia occasione di dialogo"

Il rapper della discordia Junior Cally (foto Ansa). Famiglia Cristiana lo promuove

ROMA – Famiglia Cristiana promuove Junior Cally, il rapper della discordia finito nella bufera per alcune sue canzoni del passato, giudicate violente e sessiste. Il settimanale cattolico non solo non invoca alcuna censura nei confronti della sua partecipazione a Sanremo ma lancia un invito a farne un’occasione di dialogo, anche sul linguaggio del rap, con i propri figli.

Nelle sette pagine che Famiglia Cristiana dedica al festival della canzone italiana, oltre ad un’intervista ad Amadeus e alle pagelle che assegnano a “No, grazie” di Junior Cally un bel 7, in linea col plauso della critica, trova spazio un articolo dal titolo “Anche il rap può aiutarci a conoscere i nostri figli”. A parlare è un’insegnante delle superiori, Maria Gallelli, che commentando il caso Cally si domanda: “Dove eravamo noi adulti mentre i ragazzi ascoltavano canzoni che ora scopriamo essere piene di violenza?”. Infine la proposta: “Lo show diventi l’occasione per discuterne insieme”.

Per l’insegnante è “questo il punto vero”. “Junior Cally – sottolinea – è stato disco di platino nel 2017, ma prima della sua chiamata a Sanremo era per la maggior parte di noi adulti un illustre sconosciuto. Per i ragazzi no. Si è discusso della sua esclusione dal Festival, sono state raccolte le firme per cacciarlo via, le consigliere nazionali di parità hanno scritto una lettera per chiedere alla Commissione di vigilanza della Camera e al presidente della Rai di prendere provvedimenti. Ma dove eravamo noi genitori mentre i ragazzi lo ascoltavano, magari sui nostri stessi telefonini pronti troppo spesso a fare da baby-sitter d’emergenza? Dove noi insegnanti? Senz’altro ci è sfuggito qualcosa”.

“Da qui bisogna ripartire – esorta la prof – Dal filtro adulto che è mancato. Dall’ascolto, dal tempo da spendere per capire, per trovare il modo di discutere, di interpretare e spiegare la violenza che esiste dentro e fuori di noi. Forse bisognerebbe imparare a utilizzare anche il rap a noi così lontano, a cominciare proprio dal Festival, per parlare dei disagi sociali, della violenza di genere. Cercando di ricostruire, da educatori, attraverso le cronache e le storie, quella punizione per il misfatto che in queste moderne canzoni tragiche manca del tutto. Perché occorre trovare il modo di attribuire alla giovanile rappresentazione del male una chiave di lettura”, conclude l’insegnante.

Fonte: Famiglia Cristiana