Vittorio Sgarbi: “Il pubblico vuole Melania e Jovanotti, non mi hanno capito”

Pubblicato il 20 Maggio 2011 10:27 | Ultimo aggiornamento: 20 Maggio 2011 10:35

Vittorio Sgarbi

ROMA – L’autocritica di Vittorio Sgarbi, affidata a un lungo articolo sul Giornale, è riassumibile così: non è colpa del programma, è che il pubblico di RaiUno non è attrezzato culturalmente per la tv di qualità. E un po’ è colpa anche della Rai, che in qualche modo non ha difeso il programma. Eppure le responsabilità se le assume al completo: “Non posso non assumere tutta la responsabilità dell’insoddisfacente risultato della trasmissione che fu Il mio canto libero ed è stata Ci tocca anche Sgarbi”, come a dire che le modifiche nel tempo non si limitarono al solo nome. Fa lui per primo l’ironia su quel titolo che oggi tutti, in prima pagina, hanno fatto: ora Sgarbi non ci tocca più. Che nella sua versione diventa: “In realtà è toccato a pochi”.

Le scenografie, gli argomenti, le sigle, la ricostruzione “della mia storia televisiva con riferimenti a Federico Zeri, a Francesco Cossiga ed altri modelli come Buster Keaton nella sua resurrezione televisiva”. Tutto questo non è bastato invece, la trasmissione ha avuto il record negativo storico per la prima rete Rai. E la colpa di chi è? “Raiuno, come molti mi avevano preannunciato, ha spettatori tradizionali abituati a un’offerta facile di prevalente intrattenimento, in prima serata. Così è accaduto, insistere su Raffaello e Michelangelo e poi, addirittura, deviare su Filippo Martinez e Luigi Serafini, contemporanei più intelligenti che provocatori, è troppo audace. Pretendere poi di parlare della bellezza dell’Italia, del paesaggio, del mondo agricolo perduto con il conforto di Leo Longanesi, Guido Ceronetti, Pier Paolo Pasolini, Thomas Bernhard, Cesare Brandi, Carlo Petrini è un azzardo intollerabile se su un’altra rete c’è una partita di calcio o Chi l’ha visto?”. Colpa quindi del pubblico plebeo, dice in sintesi, che non può arrivare alle sue vette.

Poi, una stoccatina alla Rai: “E poi i dirigenti della Rai richiamano i valori, e indicano la necessità che il servizio pubblico contribuisca alla formazione e alla libertà delle coscienze. Tutte parole. Ieri ho letto soltanto una sconfortante serie di banalità a cui è impossibile rispondere perché non sono neppure in grado di ascoltare. Un giorno potremo aggiungere i loro nomi a quanti hanno deliberatamente contribuito a distruggere l’Italia, a sfregiare il suo paesaggio. Non se ne accorgono, parlano per luoghi comuni, chiamano centrodestra tutto ciò che non corrisponde alla loro, perfino ingenua, attrazione per il pensiero unico. E il loro unico problema è «quanto è stato speso», «chi pagherà il conto». Una preoccupazione che ossessiona le loro menti ma non le attraversa quando riguarda i costi del cinema, del teatro, della lirica, per cui nessuno si chiede «quanto costa» e anzi si protesta se si minacciano tagli di fondi”.

Insomma Sgarbi sarebbe vittima dell’antica discriminazione della tv verso la cultura “alta”: “Nella televisione dilagano soltanto voyeurismo e pettegolezzo, piccoli e grandi scandali, orride cucine e tinelli, consumismo e banalità”. “Perché leggere Leopardi, Guicciardini e Foscolo se agli studenti piace Jovanotti o il Grande Fratello?”. Il suo tentativo invece era quello di riproporre in tv la terza pagina culturale dei giornali, oggi sempre più in disuso sulla stampa.

“Bisogna rassegnarsi, rinunciare a una televisione diversa, accettare la legge dei numeri, chiudere tutto e lasciare spazio a pacchi, isole e caricature forzate di finti personaggi. Raiuno deve difendere la propria mediocrità e rinunciare ad ogni ambizione di mostrare forme, immagini, idee nuove. Benissimo. Obbedisco”. Così conclude Sgarbi.

Ma spicca qualche curiosa “dimenticanza”. Prendiamo Morgan ad esempio. Sgarbi lo ha voluto ospite, lo ha definito un cantante colto e originale, eppure non ha fatto audience. Perché colto? Non si direbbe, visto che, sempre lo stesso cantante (colto, anticonformista, con una citazione dotta sempre pronta) è stato invece un conduttore e di gran successo in una trasmissione “pop” come X Factor su Rai Due.

E prendiamo anche la cultura in tv. Sgarbi non cita un programma che pure, per alcune similitudini, molti avevano evocato alla vigilia della sua trasmissione. Ossia il successone di RaiTre Vieni via con me, con la coppia Fazio-Saviano che pure si dilungava in monologhi “alti”, senza paillettes, ballerine e giochi a premi. Lì gli ascoltatori hanno sfiorato i 12 milioni: merito solo della messa in onda su un’altra rete? Sgarbi (in modo inconsapevole?) così rinfocola l’antico pregiudizio secondo cui la cultura in tv sa farla solo la sinistra. Non è troppo vero neanche questo. Giuliano Ferrara sempre su RaiUno ha da mesi uno spazio “solitario”. Un monologo quotidiano, certo non di sinistra, su politica e dintorni, certo non un varietà. Il pubblico tv che cerca cultura c’è, i conduttori di destra che sanno entrare in sintonia con il pubblico pure. Non sarà, signor Sgarbi, che il suo programma non è piaciuto non perché fosse troppo “alto”, ma perché magari era semplicemente noioso?