Coronavirus, Boris Johnson: “Da noi più casi che in Italia perché amiamo la libertà” VIDEO

di redazione Blitz
Pubblicato il 23 Settembre 2020 13:41 | Ultimo aggiornamento: 23 Settembre 2020 13:51
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Coronavirus, Boris Johnson: “Da noi più casi che in Italia perché amiamo la libertà”

Coronavirus, la Gran Bretagna ha paura dell’aumento dei contagi. Un deputato del Labour chiede al premier perché Italia e Germania hanno meno casi. Boris Johnson risponde così. 

Coronavirus Gran Bretagna,  più casi che in Italia e Germania.

A chiedere la motivazione al premier Boris Johnson durante le interrogazioni alla Camera dei Comuni è lo speaker Ben Bradshaw dei labour.

Secondo Bradshaw, “potrebbe essere che abbiano un sistema di test e di tracciamento pubblico e a livello territoriale che funzioni per davvero”.

Boris Johnson è però convinto che non sia così ed orgogliosamente spiega: “C’è una grande differenza tra il nostro Paese e tanti altri Paesi nel mondo, cioè che il nostro Paese ama la libertà”.

“Se guardiamo la storia del nostro Paese negli ultimi 300 anni, praticamente ogni progresso, dalla libertà di parola, alla democrazia, viene da questo Paese”.

“E’ davvero difficile chiedere al popolo britannico di obbedire uniformemente alle linee guida nel modo necessario”.

Numeri contagi aumentano 

In Gran Bretagna, sebbene il numero dei morti di questa seconda ondata resti lontano da quello della primavera, il rimbalzo dei ricoveri in ospedale spaventa.

Boris Johnson cerca stavolta di non ricascare nelle esitazioni imputate al suo governo all’inizio della fase acuta della pandemia.

Il premier ha ripristinato subito restrizioni in serie ed ha messo fine per 6 me alle speranze messe in moto da luglio di un qualche ritorno generalizzato alla normalità. 

L’obiettivo appare duplice. Da un lato provare ad allontanare con misure parziali, per quanto severe, lo spettro di un lockdown bis devastante per un’economia e una società già provate.

Dall’altro dare una sveglia alla popolazione, fin troppo disinvolta dinanzi a una minaccia che pure nei mesi passati ha falcidiato il Regno più d’ogni altra nazione europea.   

Non si tratta “in alcun modo di un altro lockdown”, ha messo le mani avanti il premier Tory.

Per Johnson siamo però ad  “un punto di svolta pericoloso” con una seconda ondata che potrebbe riportare l’isola a 50.000 contagi e 200 morti al giorno nel giro d’un mese.

A fare queste stime sono stati i suoi consulenti scientifici (costretti a innalzare l’allerta sull’epidemia al livello 4 di una diffusione “in forte espansione”).

Semmai è un’ultima spiaggia per scongiurare quell’incubo, paragonato giorni fa dall’ex sindaco di Londra addirittura all’extrema ratio di “un’opzione nucleare”.

Le misure decise dal Governo

Le misure, in larga parte annunciate alla vigilia e destinate a protrarsi fino a 6 mesi, prevedono il coprifuoco per pub, bar e ristoranti, che da giovedì dovranno chiudere alle 22 in tutta l’Inghilterra.

Mentre viene archiviato per ora l’appello delle ultime settimane a tornare a lavorare in ufficio e rispolverato il messaggio ‘lavori da casa chi può’.

Viene inoltre rafforzato l’obbligo legale delle mascherine nei luoghi pubblici, esteso al personale di negozi, hotel, ristoranti.

Non più solo ai clienti dunque, con multe elevate a 200 sterline (fra 1000 e 10.000 per chi invece viola la quarantena in caso di contagio).

Sui contatti sociali s’introducono (almeno sulla carta) controlli più severi di polizia per imporre il rispetto della “regola del 6”.

Si tratta di un tetto massimo di persone autorizzate a incontrarsi in famiglia o fra conoscenti.

Non solo: si torna indietro sui matrimoni (con un limite di ospiti ridotto a 15), si resta a quota 30 per i funerali.

La prevista riapertura di ottobre degli stadi e degli eventi sportivi a contingenti pur limitati di spettatori viene rinviata a data da destinarsi (fonte: Ansa, Corriere della Sera, Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev, Ala News).