8 settembre ’43. Badoglio: “Armistizio” (audio) e fuga col Re

di Redazione Blitz
Pubblicato il 6 settembre 2013 5:00 | Ultimo aggiornamento: 6 settembre 2013 12:59
8 settembre '43. Badoglio: "Armistizio" (audio) e fuga col Re

8 settembre ’43. Badoglio: “Armistizio” (audio) e fuga col Re

ROMA – 8 settembre ’43. Badoglio: “Armistizio” (audio) e fuga col Re. 8 settembre 1943, ore 19.42:  il maresciallo Badoglio, capo del governo dopo la caduta di Mussolini è davanti ai microfoni negli studi Eiar a Roma. In meno di un minuto annuncia agli italiani (pochi, non è orario di trasmissioni) davanti all’appparecchio l’Armistizio.

L’Italia cessava da quel momento ogni operazione militare contro gli anglo-americani: l’esercito avrebbe però reagito “ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”. Subito dopo l’annuncio Badoglio se ne va, la mattina seguente è già sulla via di Pescara, in fuga con il Re, prima dell’imbarco verso Brindisi.

Ordini precisi non vengono dati, lo stato maggiore si eclissa, l’Italia è spaccata in due e precipita nel caos: a Salerno sono sbarcati gli Alleati, il centro nord è abbandonato alle inevitabili ritorsioni della Wehrmacht. Come sul Titanic che affonda un’orchestra saluta il disastro.

Alberto Grassetti, che curò la messa in onda della breve trasmissione, conferma: Ci fu un grande assenteismo dei dirigenti in quelle ore. E noi non facevamo altro che trasmettere montagne di dischi, soltanto musica. Ogni tanto arrivava un funzionario con un pacco di dischi e diceva: mandate in onda questi». Poi arrivarono i tedeschi e la musica cambiò. (Antonio Cairoti, Corriere della Sera)

Il clima di quelle ore, il disorientamento dei militari, l’effimera felicità della popolazione per la fine della guerra subito annichilita dalla rappresaglia dei tedeschi traditi in casa, tutto questo forse solo un grande film come “Tutti a casa” è riuscito a descrivere con la migliore approssimazione storica, con l’indimenticato Alberto Sordi che urla al telefono “i tedeschi si sono alleati con gli americani”.

L’8 settembre fu l’occasione persa perché mancò l’obiettivo di liberarsi di una classe dirigente che condusse il Paese alla catastrofe. Fu il momento della disfatta definitiva, della diserzione morale, politica e intellettuale, del “tradimento”, ma non nel senso che ha ispirato il risentimento dei neofascisti. Lo spiegò bene negli anni ’70 lo storico Ruggero Zangrandi. Un tradimento verso gli italiani che coinvolse, in nome della “salvaguardia dalla bolscevizzazione”, tutta la classe dirigente di allora.

“Era un nero tradimento ai danni dell’esercito e del paese. Sicché subito si pose agli interessati il problema di non pagarne il fio e, prima ancora, di evitare che il tradimento fosse riconosciuto. […] Quando si giunse al nodo dell’8 settembre e non si poté realizzare il progettato disegno di sicurezza (l’Italia divisa in due, press’a poco all’altezza della futura linea Gotica, metà sotto tutela tedesca e metà sotto tutela anglo-americana), non si vide altra via d’uscita se non l’abbandono dei quattro quinti dell’Italia alla dominazione germanica. Donde la fuga a Brindisi, l’omissione di ordini di resistenza, il sabotaggio di combattimenti episodici (come quelli di Roma), la più o meno tacita intesa con Kesselring e gli altri sotterfugi, inganni, «pasticci» (come quello concernente la consegna di Mussolini ai tedeschi). (Ruggero Zangrandi. L’Italia tradita. 8 settembre 1943)