Addio al “Vikingo”: Trastevere e il “suo” bar salutano la sua icona con un video-tributo

di redazione Blitz
Pubblicato il 8 febbraio 2018 15:26 | Ultimo aggiornamento: 8 febbraio 2018 15:26

ROMA – Luigi Marchetti è morto a Roma all’età di 72 anni. In arte “Vikingo”, nel rione Trastevere di Roma era una vera e propria icona. Noto anche per essere apparso nel film “Il pranzo di ferragosto” del 2008 di Luigi De Gregorio, al suo funerale, che si è svolto nella chiesa di Santa Maria in Trastevere sabato 3 febbraio, ha partecipato gran parte del quartiere. Tutti conoscevano il Vikingo, specialmente chi frequenta locali storici del rione come il Bar San Calisto o il pub Big Star di via Mameli.

Non a caso, la sua bara si è fermata proprio davanti al Bar San Calisto e la gente gli ha tributato un omaggio cantando stornelli romaneschi. E sempre nel “suo” bar, venerdì 9 febbraio verrà proiettato, alle 19, un video-tributo a lui dedicato, girato da Micol Meghnagi e montato da Aurora Bincoletto.

Vikingo è stata una specie di icona antica, un po’ come quelle che ci raccontavano i nostri nonni sui loro quartieri, quando quest’ultimi erano ancora delle comunità. La morte di Luigi racconta allo stesso tempo quanto Trastevere sia, così come ormai pochi altri quartieri in giro per l’Italia, un luogo a parte che resiste almeno in parte allo svuotamento dei ceti più popolari dai quartieri del centro.

Anche il Corriere della Sera dedica al Vikingo un articolo, firmato da Maria Rosaria Spadaccino.

“Micol gira per Trastevere, ha affinato una tecnica tutta sua. ‘Prendo lo smartphone e a freddo, senza alcuna preparazione, parto con la domanda diretta: “Vikingo?’.

E inizio a riprendere – racconta la giovane videomaker, 21 anni, studentessa di Scienze politiche -. “Sono qui per sentire cosa hai da dirmi su Vicky”. Voglio filmare solo reazioni vere, emozioni e racconti reali”.

E continua: ‘Poi le assemblo con immagini di repertorio e con video e foto che mi stanno arrivando da chiunque, anche dall’estero’.

Il lavoro, ovvero il video tributo, di Micol Meghnagi, montato da Aurora Bincoletto, sarà proiettato domani in piazza San Calisto alle 19, davanti al bar dove Luigi Marchetti, 72 anni, detto il Vikingo, ha trascorso gran parte della sua vita e dove gli amici lo hanno salutato.

Sabato scorso la bara dopo il funerale in Santa Maria in Trastevere è stata portata davanti al suo bar, sopra sono stati messi spumante e Campari, a lato un tavolino con pizzette, patatine, olive e l’ aranciata per gli astemi (pochi) e lì tutt’insieme: ragazzi e anziani, attori e clochard, registi e operatori ecologici, scrittori e ristoratori hanno brindato al loro amico. Lo hanno salutato con gli occhi lucidi e il bicchiere in mano, “perché è un altro pezzo del quartiere e di Roma che scompare”.

Il Vikingo, “il sampietrino mejo piantato de’ Trastevere” è andato via accompagnato dal coro “Semo romani, tresteverini…”, ma la festa in suo onore è continuata ancora per ore. I registi, gli attori, gli sceneggiatori che hanno lavorato con lui erano lì accanto alla sua bara, insieme agli amici del rione. Quelli anziani che passano le giornate al bar a giocare a carte; quelli giovani che vanno al liceo, “ce lo siamo portato con noi all’occupazione del Virgilio”, e all’università; quelli dell’ età di mezzo che da Trastevere sono andati via e sono tornati per salutare Vicky e la loro giovinezza. “Da ragazzi siamo stati notti intere con lui a parlare di Roma e della vita”, raccontano.

Il Vikingo era una specie di icona, parlava (non troppo ) con tutti e tutti lo conoscevano, viveva con poco, gli bastava non allontanarsi mai da Trastevere. Per questo il regista Gianni Di Gregorio lo aveva voluto nel delizioso film “Pranzo di ferragosto”, in cui faceva se stesso semplicemente, riconoscendogli un carisma naturale che non necessitava di un copione rigido da seguire, “fai quello che ti viene meglio e stai tranquillo”.

E lui, Vicky, così ha fatto, regalando al cinema italiano e al suo quartiere un cammeo speciale di interpretazione naturale. E quando il film è stato al festival di Venezia ha sfilato sul red carpet con il resto del cast indossando la sua elegantissima canottiera trasteverina.

Nel 2001 ha partecipato sempre nel ruolo di se stesso al documentario del regista Ivano De Matteo “Barricata San Calisto”, in cui si racconta della trasformazione di Trastevere, della mutazione da rione popolare a quartiere borghese. Lui, Vicky, però ha affinato una sua tecnica personale di resistenza alla “gentrificazione” (espulsione dei ceti storici e popolari dai quartieri centrali della città) del rione.

Luigi da Trastevere semplicemente non si spostava.

Punto. Nato a via del Cedro, ha abitato a casa di un amico, un sottotetto di piazza San Calisto, poi in seguito a piazza San Cosimato. Nei momenti più complicati c’ era sempre qualcuno che lo accoglieva in qualche casa nei vicoli.

 “Luigi parlava poco e ascoltava molto – racconta don Marco Gnavi, parroco della basilica di Santa Maria che ha celebrato la predica funebre – per questo ha lasciato un segno profondo nel quartiere.

La chiesa era strapiena, soprattutto di ragazzi a riprova di come nella sua semplicità avesse fatto diventare sua la necessità di essere comunità.

“Ha trasformato la solitudine in mezzo alla folla in desiderio di guardare gli occhi dell’ altro”. Quando gli chiedevano come mai sei sempre in strada? Lui rispondeva: “Guardo gli altri nella piazza”. Negli ultimi anni era molto legato ai ragazzi del Nuovo Cinema America, “erano i suoi amici, cominciava a non stare bene e l’ arena con i suoi spettatori gli facevano compagnia”, racconta Micol.

Domani il suo viso sarà proiettato sui muri sopra la chiesa di San Calisto, la stessa che ospita in queste notti fredde chi dorme in strada”.

Queste immagini sono state girate durante il suo funerale.

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