Giarabub. Soldati italiani e libici per 3 mesi contro gli inglesi: da 2140 a 200

Pubblicato il 26 marzo 2011 7:34 | Ultimo aggiornamento: 2 ottobre 2013 23:09

ROMA – In questi giorni di guerra in Libia tornano d’attualità i racconti sul colonialismo italiano iniziato, in Libia, nel 1911 e concluso intorno al 1943. Tra le gesta che vengono ricordate vi è la battaglia di Giarabub quando, durante la seconda Guerra Mondiale, i reparti italo-libici, dopo una difesa che durò moltissimo tempo, vennero annientati dalle truppe britanniche. Malgrado la battaglia avvenne durante il fascismo, Giarabub viene considerata dagli storici un episodio in cui gli l’esercito italiano si comportò “eroicamente”, combattendo fino all’ultimo.

Giarabub è un’oasi che si ritrova vicino all’Egitto, a circa 200 chilometri dalla costa. Gli italiani era schierati in questa posizione dal settembre del 1940. Giarabub rimane l’ultima oasi a resistere durante l’offensiva britannica dell’inverno 1940-41.

La battaglia. Inizialmente si contavano 1340 italiani e 800 libici. Agli inizi di gennaio gli inglesi, con svariate incursioni aeree, gettarono su Giarabub centinaia di volantini con inviti alla resa di fronte alla schiacciante superiorità britannica.

Tuttavia, gli appelli alla resa non sortirono effetto. Tra gennaio e febbraio l’iniziativa degli inglesi si fa più intensa: si combatte  on scontri cruenti, aspri, spesso a distanza ravvicinata. L’oasi venne sorvolata da un aereo britannico che gettò altri volantini che recitavano:

“Difensori di Giarabub, i vostri capi non vi hanno detto che abbiamo occupato l’intera Cirenaica, catturando 115.000 prigionieri. Ogni vostro sacrifico è inutile. Arrendetevi. Noi vi tratteremo bene”.

Il tenente colonnello Salvatore Castagna chiese a questo punto ai suoi uomini se volessero arrendersi e ottenne un rifiuto. Il 21 marzo 1941, le truppe inglesi sferrarono l’ultimo attacco e la resistenza italiana finì per essere sopraffatta; lo stesso Castagna rimase ferito negli ultimi scontri. Le truppe italiane avevano difeso l’oasi per tre mesi. Negli ultimi momenti della lunga battaglia, a difendere Giarabub erano rimasti in duecento.

Tra quelli che rimasero fino alla fine ci furono gli Ascari, ossia i reclutati in Eritrea e Arabia del sud, i quali dimostrarono di essere molto più votati allo spirito di sacrificio dei veterani fedeli all’Italia. Racconta wikipedia a proposito degli uomini sul campo di battaglia: “Uno di loro (un Ascaro n.d.r), ferito, si rifiutò di essere medicato prima della fine del suo turno di guardia; un altro, il Muntàz (caporale) Khalifa, guardia del corpo del comandante del presidio, si distinse per essere riuscito ad abbattere un aereo nemico con la mitragliatrice montata sulle mura perimetrali. Al contrario, quasi tutti i libici coscritti fuggirono dal presidio con l’avanzata del nemico e molti, catturati, rivelarono molte informazioni riguardo alla dislocazione dei bunker, delle squadre, ecc. Rimasero a difendere il presidio solo i veterani”.

Perché difendere Giarabub? Molti in Italia e nel mondo, si chiesero perché così tante vite furono sacrificate per difendere un’oasi di così scarsa rilevanza territoriale, anche se posto in un punto strategico per condurre eventuali offensive. Nel 1950, quindi a guerra e Ventennio finiti, si parlò della battaglia e del ten. col. Castagna anche in alcuni Atti Parlamentari: “Questo ufficiale, al comando di 1.300 uomini, rimase isolato nell’oasi di Giarabub nel dicembre del 1941 e resistette per tre mesi e mezzo a forze soverchianti, che avevano accerchiato l’oasi da ogni lato, premendo sulle posizioni dagli italiani con mezzi di gran lunga superiori”.

Sui difensori di Giarabub, la propaganda dell’epoca la elegge a epopea per minimizzare le gravi sconfitte in Cirenaica. Ancora wikipedia:  “Non tarderà molto che in Italia le stazioni dell’ Eiar incominceranno a trasmettere una ‘canzone del tempo di guerra’ destinata a diventare popolare. Ha per titolo ‘La sagra di Giarabub’, per la musica di Mario Ruccione è le parole di De Torres e A. Simeoni. Un celebre verso dice:

Colonnello non voglio il pane /

dammi il piombo pel mio moschetto/

c’è la terra del mio sacchetto/ che per oggi mi basterà.

Il Colonnello in questione, Salvatore Castagna, mentre in Italia si cantano le sue gesta, giace gravemente ferito in un ospedale da campo,e successivamente viene trasferito in India come prigioniero di guerra.