Juventus. Heysel 1985: il ricordo dei 39 “angeli”. Video e testimonianze

di Redazione Blitz
Pubblicato il 26 Maggio 2015 10:06 | Ultimo aggiornamento: 26 Maggio 2015 10:06
Juventus. Heysel 1985: il ricordo dei 39 "angeli". Video e testimonianze

Juventus. Heysel 1985: il ricordo dei 39 “angeli”. Video e testimonianze

ROMA – Quella maledetta finale di 30 anni fa i tifosi della Juventus non l’hanno dimenticata: l’omaggio dello Stadium alle 39 vittime della strage dell’Heysel il giorno della festa dello scudetto è l’altro capo di un filo che non si è mai spezzato. Sulle tribune i tifosi hanno esibito migliaia di foglietti bianchi con impressi i nomi, uno per uno, dei troppi che persero la vita per una banale partita di calcio.

Il 28 maggio 1985, finale di Coppa Campioni, Liverpool-Juventus a Bruxelles: prima della partita vanno in scena le immagini devastanti (guarda il video in basso) di una tragedia in diretta: gli hooligan inglesi caricano a testa bassa, vogliono prendersi la curva avversaria. Sotto la pressione crolla il muro del settore Z, quello degli juventini, padri e figli giunti da tutta Italia e da tutto il mondo restano intrappolati, schiacciati, calpestati, qualcuno si lancia nel vuoto per sfuggire la ressa mortale: ogni via di fuga è bloccata, le uscite di sicurezza sigillate da lucchetti.

“Nel giro di un paio di minuti sentii che non avevo più indosso le scarpe da ginnastica. Realizzai di esser scalzo, i miei piedi non toccavano nemmeno il suolo. Ho provato a fuggire, ma dal momento che nemmeno toccavo terra non ci riuscii e caddi. Ma ho sentito qualcuno gridare, “stanno caricando di nuovo” e nella mia disperazione mi sono aggrappato al muro e mi sono tirato su senza neanche guardare sotto. Potevano essere anche 50 metri per quello che ne sapevo”. Sarà la salvezza di Giorgio Corini. Un attimo dopo quel muro sarebbe crollato. (“Heysel 1985: requiem Bfor a Cup Final”, Jo Dutton, BBC)

Moriranno in 39 (32 italiani): mancava un’ora alla partita. La partita più surreale della storia: si gioca, la Juve vince ma riporterà solo un gran senso di vergogna: i giocatori non sapevano tutta la verità, pensavano a un solo tifoso rimasto ucciso, autorità cittadine e Uefa forzano loro comunque la mano, quella partita va giocata ad ogni costo per evitare ulteriori incidenti. Qualche esultanza inopportuna verrà rinfacciata per sempre a campioni come Platini. Oggi però si celebra la memoria di chi non c’è più. Su L’Eco di Bergamo mette ancora i brividi la testimonianza/ricordo di Fiorenzo Peloso, bergamasco che vive in Nuova Zelanda. Lui quel maledetto giorno c’era.

LA SOSPENSIONE Fu una bugia colossale che la partita non poteva essere sospesa, il vero problema sarebbero stati i rimborsi dei biglietti e dei diritti televisivi. Fu deciso a tavolino che la finale non poteva essere vinta dal Liverpool. E così fu a imperitura vergogna.

PLATINI E poi la «perla» dell’indimenticabile frase dettami sottovoce da Platini all’aeroporto: «ne muoiono di più sulle strade, perché fare tanto casino».

LA GAFFE Infine nel volo di ritorno lo stewart di Air France disse due parole al microfono per congratularsi con i giocatori e tradusse malamente dal francese la frase «bravi voi che avete vinto», ma ne uscì con involontaria ironia «Bravi voi che ci avete guadagnato» (gagnez = vincere in francese), al che molti giornalisti a bordo applaudirono sarcasticamente, poiché nessun giocatore aveva manifestato l’intenzione di rinunciare ai 150 milioni del premio partita per destinarli ai familiari dei morti e dei feriti. (Fiorenzo Peloso, L’Eco di Bergamo).

Emanuela Audisio di Repubblica ha dedicato alla strage un bel documentario (guarda qui, Repubblica Tv) in cui fa parlare i testimoni e i sopravvissuti, i calciatori, l’imbarazzo del telecronista Pizzul…

Parlano anche i sopravvissuti. Matteo Lucii, allora aveva poco più di 16 anni: «L’Heysel era uno stadio inadeguato. Mi sono ritrovato schiacciato da due file di persone. Non so come ho trovato la forza per rialzarmi, sopra avevo un peso di 250 chili. Dopo ho cercato un telefono, ma nessuno mi permetteva di chiamare». E Antonio Conti, papà di Giusy, 17enne che lì perse la vita. «Le ho lasciato la mano perché non volevo trascinarla come me, quando mi hanno travolto. Ho perso conoscenza e quando ho ripreso i sensi lei non c’era più. Era sotto una coperta, l’ho riconosciuta dalle scarpette». (Emanuela Audisio, La Repubblica).

Di seguito il video del disastro e il film della Bbc.