Sud America, rivolte in Ecuador e Cile. L’Argentina è sull’orlo del baratro e tornano i peronisti. E intanto in Uruguay…VIDEO

di Lorenzo Briotti
Pubblicato il 29 Ottobre 2019 7:00 | Ultimo aggiornamento: 29 Ottobre 2019 10:34
santiago del cile migliaia in piazza

Santiago del Cile, migliaia in piazza per due giorni consecutivi (foto Ansa)

ROMA – Cosa sta succedendo in America Latina? Rivolte, feriti e arresti. Ecuador e Cile: qui, a scendere in piazza sono migliaia di persone che hanno messo a ferro e fuoco le città per bloccare gli aumenti di beni essenziali come la benzina e l’abbonamento dei mezzi pubblici.

In Bolivia invece, il “presidente eterno” Evo Morales si è autoproclamato malgrado gli scrutini non fossero ancora terminati. Questa sua decisione aveva scatenato rivolte, con seggi elettorali bruciati e la statua dedicata ad Hugo Chavez abbattuta. Alla fine però, la sua vittoria è stata sancita anche dal Tribunale supremo elettorale (Tse) con il 47,08% dei voti. L’opposizione aveva chiesto l’intervento dell’Organizzazione degli Stati americani la quale aveva risposto proponendo un ballottaggio per il 15 dicembre nel caso il margine di vittoria di Morales fosse stato troppo stetto.

Questa posizione era appoggiata anche dall’Unione europea e da quattro Paesi americani (Usa, Argentina, Brasile e Colombia). Ora però, a sancire il buon governo del leader del “socialismo indigeno” definitivamente rieletto è anche il Washington Post che, in un articolo ha scritto che “dopo 13 anni, i boliviani sono più sani, hanno più soldi, vivono più a lungo e sono meglio istruiti, oltre ad avere più diritti civili e meno dislivelli sociali di qualsiasi periodo precedente nella storia del Paese”.

Una eventuale caduta di Morales provocherebbe l’arrivo di una destra aggressiva, probabilmente simile a quella che già governa in quasi tutto il continente. Flavio Bachetta sul Fatto Quotidiano spiega bene quello che potrebbe accadere: “Dopo il ritiro di Rafael Correa che ha lasciato incautamente spazio a uno come Moreno, il socialismo andino finirebbe, lasciando via libera al neoliberismo che sta di nuovo affliggendo l’America Latina, ricattata dai piani di austerity del Fmi. Per cui dopo di loro, il diluvio”.

Il Venezuela vive una situazione di stallo, con Maduro che resta al Governo di un paese sempre più stremato con 4 milioni di persone fuggite all’estero, Colombia ed Ecuador in primis, creando in questi due paesi situazioni da “guerra tra poveri”. In Venezuela, attualmente ci sono 650 prigionieri politici, decine di parlamentari rifugiati nelle ambasciate e l’opposizione che, come spiega Daniele Mastrogiacomo su Repubblica, “non è in grado di offrire un’alternativa e il regime governa con il pugno di ferro”.

In Brasile, Bolsonaro continua a dividere la forbice tra pochi ricchi e sempre più poveri. In  Colombia invece, la pace firmata con i guerriglieri delle Farc non è mai partita, con il risultato che sono centinaia gli omicidi mirati di leader sociali e capi di comunità rurali, con i gruppi paramilitari che nel frattempo continuano ad accrescere il loro potere e a controllare sempre più territorio (Blitz Quotidiano ne ha parlato qui).

Nel Paese però, si vede qualche spiraglio di cambiamento: al Governo, attualmente c’è il conservatore Ivan Duque, delfino dell’ex presidente (accusato di collusioni con il narcotraffico persino dalla Cia) Alvaro Uribe. Nelle elezioni amministrative non è andata bene ai candidati “uribisti”, con Bogotà che per la prima volta ha eletto una sindaca donna e omossessuale. 

Nel frattempo in Perù tre presidenti sono stati arrestati, uno è morto suicida ed un altro è latitante. Ancora Mastrogiacomo su Repubblica spiega che “attualmente il Paese si trova in una sorta di paralisi legislativa perché la maggioranza difendeva uno stuolo di corrotti anche tra le alte sfere della magistratura. Una crisi istituzionale culminata con lo scioglimento del Congresso e nuove elezioni per il 26 gennaio. A pagare è la crescita economica che in Perù è crollata dal 5 al 1,5 per cento”.

Argentina, peronisti di nuovo al potere. Inflazione quasi al 60%, pil a -2,7%

Poi c’è il caso dell’Argentina, con il presidente Maurizio Macrì che ha fallito la conferma del suo mandato. Ora il prossimo 10 dicembre salirà al potere il peronista di centro-sinistra Alberto Fernandez che ha vinto le elezioni. Macrì, origini italiane come per Bolsonaro, è stato eletto nel 2015 e sarà ricordato almeno come il primo capo di Stato non peronista che è riuscito a terminare il suo mandato. A nulla è servito il suo sforzo di promettere “benessere per tutti” più vicino alla “offerta” populista che al suo modello di austerità e buon governo. Il capo dello Stato lascia il bilancio pubblico praticamente senza deficit, spiega l’Ansa, e un terreno positivo per l’import-export, dovuto però alla forte contrazione delle importazioni.

Sull’altro piatto della bilancia, l’Argentina si ritrova con una recessione per il 2019 del 2,7%, una netta crisi industriale, un aumento della disoccupazione e della povertà che coinvolge oltre un terzo degli argentini. E infine una inflazione irrefrenabile (quasi il 60%) che strozza i salari e provoca una costante svalutazione del peso. 

Ecuador, aumento del costo della benzina per obbedire al Fmi

I tumulti di piazza sono scoppiati per prima in Ecuador. Qui, al governo attualmente c’è il presidente Lenin Moreno, ex vice dell’epoca di Rafael Corea, eletto con la sinistra di Alianza Pais e virato incredibilmente a destra se non altro per obbedire a quello che chiede il Fondo monetario internazionale. Moreno oggi viene accusato di tutto, anche di essere un fiancheggiatore della Cia. Pur di ottenere questi prestiti internazionali, il neopresidente aveva deciso di far aumentare i prezzi di alcuni beni tra cui la benzina. Dodici giorni di proteste e guerriglia, con un’enorme marcia formata da 20mila indigeni che hanno raggiunto la capitale Quito, hanno costretto Moreno a cedere alle pressioni e a revocare il decreto con il quale cancellava il contributo statale per il carburante.  

Cile, Pinera cede: cambio di ministri e “Agenda sociale”

In Cile, le proteste scoppiate dopo gli aumenti del prezzo della metro, proteste che alla fine hanno costretto il presidente conservatore Sebastian Pinera a cambiato otto ministri del suo governo e a nominare un nuovo ministro degli Interni. In una conferenza stampa il capo dello Stato ha chiarito che “abbiamo proposto al Parlamento una profonda ed esigente ‘Agenda sociale’ che raccoglie molte delle rivendicazioni più sentite e significative dei nostri connazionali. Per poter procedere con urgenza verso un miglioramento delle pensioni dei nostri anziani e del reddito dei nostri lavoratori, nonché verso la stabilizzazione dei prezzi dei servizi di base come l’elettricità. E presto – ha aggiunto – ci occuperemo anche dei prezzi dell’acqua e delle tariffe dei pedaggi autostradali”. 

Cile, da cosa nasce il malcontento nel Paese più ricco del continente?

Da cosa nascono le proteste in Cile, il Paese che vantava fino a poco tempo fa il maggiore benessere di tutta l’America Latina? Nel primo produttore al mondo di rame, negli ultimi anni sono fortemente aumentate le differenze sociali e di reddito. Per placare le proteste, il presidente solo alla fine ha ceduto: prima si è visto il ritorno a Santiago del coprifuoco che non si vedeva dall’epoca di Pinochet, con i Carabineros che si sarebbero macchiati di violenze come quelle dichiarate da Josué, un giovane che davanti alle telecamere ha mostrato le torture subite sul corpo denunciando anche di essere stato violentato in caserma con un manganello.

Già i militari. Il loro ruolo, in tutta questa vicenda, come al solito in America Latina è fondamentale. Sono stati utilizzati in Cile e in Ecuador, minacciati da Evo Morales in Bolivia. I militari vengono richiamati continuamente sia dai “neoliberisti” sia dai cosiddetti “populisti”. Il continente non riesce insomma a liberarsi dallo spettro delle dittature che hanno “governato” praticamente tutti i paesi dell’area tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta.

Uruguay, isola felice del continente

In questo enorme caos c’è però anche un’isola felice. Si tratta dell’Uruguay dove sono terminate le elezioni presidenziali che si sono svolte in contemporanea con la vicina Argentina. Qui, la coalizione di centrosinistra il “Frente amplio” è in testa con quasi il 40 per cento dei voti.

A novembre però, come scrivono Le Monde e El Pais, si svolgerà quasi inevitabilmente un secondo turno con il Fronte che, dopo 15 anni ininterrotti al potere, potrebbe essere sconfitto dal centrodestra unito.

Un’eventuale transizione che si annuncia tuttavia non traumatica. Se nel resto dell’America Latina ci sono forti proteste di piazza, Montevideo è un’oasi di pace, benessere e stabilità. Le politiche di sinistra qui hanno funzionato, con il tasso di povertà sceso dal 40 all’8 per cento. In Uruguay fra l’altro è legale la cannabis, l’interruzione di gravidanza e sono permessi i matrimoni gay.