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YOUTUBE Guerra in Siria, le affermazioni false della giornalista Eva Bartlett

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Guerra in Siria, le affermazioni false della giornalista Eva Bartlett

ROMA – Eva Bartlett, giornalista canadese, il 9 dicembre, in occasione di una conferenza stampa organizzata dalla missione siriana presso le Nazioni Unite, ha affermato che i mezzi di comunicazione occidentali stanno mentendo sulla guerra in Siria.

Il video dell’intervento della Bartlett è diventato immediatamente virale tra quanti credono che le informazioni riportate dai media siano false e costruite solo per screditare Bashar al Assad e i suoi alleati, in particolare la Russia. Tutti i mezzi di comunicazione più prestigiosi al mondo, secondo la Bartlett, e le principali organizzazioni umanitarie sarebbero uniti in un complotto per rovesciare il regime di Damasco.

In un articolo di Mirko Bellis su FanPage, si analizzano le affermazioni della giornalista, le quali non sarebbero veritiere.

“Non ci sono organizzazioni internazionali sul campo. Le uniche organizzazioni presenti sono l’Osservatorio siriano per i diritti umani e i Caschi bianchi”. FALSO

La lista delle organizzazioni presenti in Siria è lunga, basti citare Save the Children che, con i partner locali, lavora dal 2012 per dare assistenza ad oltre mezzo milione di bambini siriani. Oppure l’Unicef e le altre agenzie Onu che hanno prestato aiuto alla popolazione affamata di Madaya, sotto assedio delle forze governative dal 2015. A causa dell’isolamento totale in questa cittadina di montagna a 50 chilometri da Damasco, Medici senza frontiere aveva documentato in gennaio la morte per fame di 23 persone, tra cui 6 bambini. Medici senza Frontiere (Msf), appunto, l’organizzazione che gestisce direttamente sei strutture mediche nel nord della Siria e fornisce supporto a circa 150 altri centri medici.  Gli ospedali di Msf sono stati spesso obiettivo dei bombardamenti aerei, come quello avvenuto il 6 agosto scorso nella città siriana di Millis, nella provincia di Idlib, dove la struttura sanitaria che dava assistenza a 70.000 persone è stata completamente distrutta.

Infine, in Siria è presente anche la Croce rossa internazionale e il suo omologo arabo, la Mezza luna rossa. Quelle citate sono solo alcune delle molte organizzazioni che, a dispetto del pericolo, hanno prestato aiuto alla popolazione siriana in difficoltà e, allo stesso tempo, hanno denunciato i crimini contro i civili. Le fonti alle quali attingono i giornalisti occidentali per informare su ciò che accade nel Paese Medio Orientale non sono quindi – come sostiene Bartlett – solo l’Osservatorio siriano per i diritti umani e i Caschi bianchi.

“L’Osservatorio siriano per i diritti umani è composto da un uomo solo che da Coventry, Gran Bretagna, è diventato la principale fonte d’informazione dei media di tutto il mondo”. FALSO

L’Osservatorio siriano per i diritti umani non è l’unica fonte. Il direttore è Rami Abdel Rahman (il cui vero nome è Ossama Suleiman), un siriano che da anni vive nel Regno Unito. Nel 2013, in un articolo del New York Times, Rahman raccontava il funzionamento dell’Osservatorio: quattro persone in Siria sono le incaricate di raccogliere le informazioni che arrivano da oltre 230 testimoni sparsi in tutto il territorio. Nel corso degli oltre cinque anni di guerra, questa associazione ha documentato le perdite di vite umane di tutte le parti coinvolte nel conflitto e non solo di quelle provocate dall’esercito di Assad. Se l’Osservatorio viene citato spesso dai media deriva anche dal fatto che le Nazioni Unite hanno smesso nel 2014 di tenere il conto dei morti in Siria. Per quanto riguarda il numero di vittime esistono anche altre fonti indipendenti che vengono spesso consultate, come il Violations Documentation Center in Syria (Vdc), che riporta anche i nomi dei deceduti, e il Syrian Centre for Policy Research (Scpr), con sede a Damasco. Nel febbraio scorso, questo centro studi indipendente elevava la cifra di morti fino a 470.000.

“Nessuno tra i siriani conosce i Caschi bianchi. Sono un’organizzazione creata da un ex militare inglese finanziata con 100.000 dollari dagli Usa, Gran Bretagna e altri Paesi; invece di salvare vite umane, stanno fiancheggiando i terroristi”. FALSO

Che nessuno in Siria conosca i Caschi bianchi, il gruppo di volontari impegnato da anni a salvare vite umane, è un’affermazione quantomeno fantasiosa. Il loro operato è stato documentato da moltissimi giornalisti indipendenti e sono facilmente reperibili tantissimi video nei quali sono impegnati ad estrarre i civili dalle macerie provocate dagli attacchi aerei. I Caschi bianchi sono stati nominati al Nobel per la Pace 2016 e recentemente è stato lanciato su Netflix un documentario che racconta il loro lavoro. Il loro motto è: “Chi salva una vita, salva l’umanità intera”. Gli oltre 3.000 volontari di questa protezione civile non fanno distinzioni quando si tratta di soccorrere una persona, sia che si tratti di un civile o di un soldato di Assad, molto spesso mettendo in pericolo la loro stessa vita. Per quanto riguarda la loro nascita, non è mai stato un mistero che i Caschi bianchi fossero un’iniziativa di un ex militare britannico e membro delle unità di crisi delle Nazioni Unite, James Le Mesurier, fondatore della Ong Mayday Rescue.

“Gli attivisti “anonimi” non sono attendibili”. FALSO

In realtà gli attivisti non sono per niente anonimi e, dai loro profili social, hanno cercato di documentare l’orrore dei bombardamenti dei raid governativi e russi. Nell’era della comunicazione, sono sempre più i cittadini che, armati di cellulare o di una telecamera, si improvvisano reporter. Di fronte alla difficoltà di raggiungere alcune città siriane, il lavoro di questi citizen journalist è stato determinante per mostrare al mondo le atrocità della guerra. Il fatto che siano anonimi e non celebri giornalisti non ne invalida l’operato. Hanno diffuso in rete migliaia e migliaia di video, foto e racconti che difficilmente si può pensare che tutti loro facciano parte di un complotto contro Assad.

“Non c’è una guerra civile in Siria. Le proteste nel 2011 non erano pacifiche”. FALSO

La situazione nel 2011 vedeva la dinastia degli Assad reggere la Siria con pugno di ferro dal lontano 1971, quando il generale dell’aviazione Hafiz (il padre di Bashar) conquistò il potere. In carica dal 2000, le promesse di apertura di Bashar, giovane medico oftalmologo formatosi a Londra, non si erano mai concretizzate. Le prime manifestazioni reclamando maggiori diritti politici cominciano ufficialmente il 15 marzo 2011 quando migliaia di persone scesero in piazza nelle principali città. La scintilla che diede il via alle prime proteste fu l’arresto di un gruppo di adolescenti che dieci giorni prima scrisse sui muri di una scuola a Daraa: “Il popolo vuole rovesciare il regime”. Il mancato rilascio dei ragazzi e la notizia delle sevizie a cui erano stati sottoposti, innescò la rabbia che covava da tempo tra la popolazione. Sulla scia della primavera araba che stava infiammando le popolazioni egiziane e libiche, i siriani diedero vita alle maggiori manifestazioni di massa mai accadute nella storia recente. Il regime reagì con arresti, uccisioni e sparizioni ma non riuscì a soffocare il dissenso. In poche settimane le proteste si allargarono a tutta la Siria. Anche in questo caso sono numerosi i video postati dai siriani che ritraggono manifestazioni pacifiche soffocate nel sangue dalle truppe di Assad. Solo successivamente, con la nascita dell’Esercito libero siriano, composto da militari disertori, iniziò la lotta armata.

“Il governo siriano non attacca i civili”. FALSO

L’Alto commissariato delle Nazioni Unite nel febbraio scorso ha emesso un documento in cui accusa il governo siriano di aver commesso crimini contro l’umanità quali lo sterminio, l’omicidio, lo stupro o altre forme di violenza sessuale, la tortura, la prigionia, le sparizioni forzate e altri atti inumani. Certo, Assad non è il solo colpevole. Anche le fazioni jihadiste e i miliziani dello Stato islamico sono accusati di crimini di guerra per i quali, afferma il rapporto Onu, dovrebbero essere giudicati dalla Corte penale internazionale. L’esercito di Damasco però – secondo il Syrian Network for Human Rights – è il responsabile del maggior numero di morti, molto più di qualsiasi altra formazione ribelle, incluso lo Stato islamico.

Nel 2014, ci furono le elezioni presidenziali nelle quali l’88,7% dei votanti riconfermò Assad alla guida del Paese. In quell’occasione, però, a votare furono soltanto le zone controllate dal regime. Il rinnovo del mandato di Assad per altri sette anni fu contestato dalla Lega Araba, secondo cui le elezioni furono “una parodia di democrazia”, dagli Stati Uniti e dall’Unione europea che definì le consultazioni “illegittime”. E il 13 aprile di quest’anno c’è stato il rinnovo del parlamento siriano: alle urne, però non ha partecipato nessuna formazione politica apertamente contraria ad Assad.

 

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