Matteo Renzi peronista. Stipendi manager, Moretti ha ragione: basta demagogia

Matteo Renzi peronista. Stipendi manager, Moretti ha ragione: manca il Quirinale
Juan Peron: la sua politica populista e demagogica, il peronismo, sembra essere il modello di Berlusconi e di Renzi

Matteo Renzi, mentre in Italia persegue con determinazione un suo disegno populistico e demagogico, di stampo giustizialista peronista, secondo il modello costruito da Juan Peron che ha portato alla rovina l’Argentina, non perde giorno per rafforzare l’impressione di un funambolico  venditore, sempre più vicino all’immagine che in Germania e in genere nell’Europa del Nord hanno di noi italiani: un po’ cazzari, un po’ magliari.

Ma il suo scopo non è affermarsi in Europa, dove sa che contiamo poco, la sua “mission” è quella di tenere a bada le masse irrequiete.

In Italia, il suo obiettivo principale è: togliere acqua a Beppe Grillo e a questo fine i suoi temi dominanti sono

1, agire sul fronte del reddito di cittadinanza dando lavoro, magari inutile e improduttivo ma con stipendio, a un po’ di giovani,

2, dare qualche centinaio di euro in più ai redditi più bassi;

3, massacrare chi ha avuto più bravura o anche più fortuna nelle retribuzioni e

4, nelle pensioni.

La sintesi di questa filosofia è nelle frasi pronunciate da ultimo:

“Torniamo a un principio di giustizia sociale”.

 “Non è possibile che l’amministratore delegato di una società guadagni 1.000 volte in più dell’ultimo operaio”.

“Dare un po’ meno a chi guadagna milioni e rimettere in moto economia e ceto medio”.

Con i padroni non se la prende, sono suoi amici, come Diego Della Valle, di Tod’s e di Italo, concorrente delle Ferrovie dello Stato, o come Marco Carrai quello che pagava l’affitto della casa dove Renzi abitava a Firenze.

Non potendosela prendere con le retribuzioni dei dirigenti del settore privato, perché, almeno per ora, non ha giurisdizione, fino  quando almeno non si inventerà scemenze sovietiche degne del catto comunista Graziano Delrio tipo che le aziende che hanno rapporti con lo Stato per appalti, contributi o licenze e autorizzazioni devono sottostare ai limiti retributivi, per ora agisce nel pubblico, sostenuto anche dalla demagogia corrosiva coltivata per anni dal duo Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, i quali peraltro ben si guardano dal mettere in piazza i loro stipendi, certo non perché si vergognano che sono troppo magri.

Come non pubblicano gli stipendi loro e dei loro direttori i giornalisti che insistono a trattare la categoria dei manager come una banda di mangiapane a tradimento da pagare non più di 7 euro l’ora.

C’è chi si  convinto che la demagogia di Stella e Rizzo qualche danno lo abbia anche portato. Se si prende l’articolo di Rizzo di domenica 23 marzo, on si può non notare come sia pretestuoso il gioco delle cifre. Al di là della differente pressione fiscale, paragonare stipendi magari modesti di manager pubblici del passato con gli stipendi di quelli di oggi è una cosa con poco senso se si ricorda quanti di quelli così poco pagati siano poi finiti in manette per gli arrotondamenti con cui compensavano.

Lo stipendio alto non esclude il furto, ma quanto meno gli toglie un alibi.

Nel frattempo sono aumentati i rischi penali connessi al ruolo di capo azienda, per una serie di leggi che portano alla responsabilità oggettiva del numero uno. L’idea di pagare un dirigente solo con la parte variabile della retribuzione, che può essere anche zero, tre anni e poi si vede, è proprio una battuta da bar. Non solo perché uno che accetti una scommessa del genere o ha già accumulato tanti soldi o è un pazzo o uno che pensa di rifarsi in qualche altro modo. Ma anche perché massimizza i rischi che il dirigente, per vincere la scommessa del risultato, spinga l’impresa su cammini folli e assai pericolosi. La spinta a risultati di breve termine è stata considerata tra le cause della bolla che ha messo in moto la crisi che stiamo ancora pagando. Non è davvero una grande idea.

Ormai è invalsa la giusta abitudine di riportare le retribuzioni al lordo di tutte le trattenute fiscali e contributive. Ma quando si fanno i confronti con gli altri paesi, si deve sempre ricordare che da noi a quei livelli di reddito corrisponde una pressione fiscale superiore al 50%. Restano sempre tanti soldi, ma non c’entra molto. Ci si impegna di più per avere di più e se non va bene così, finirà che qualcuno dice: fatevelo da voi.

Nei paesi scandinavi, tanti anni fa, le tasse erano così alte che molti preferivano smettere di lavorare. Il modello sovietico abbiamo visto come è finito. E se volete davvero capire perché l’Impero romano si è sfasciato, non credete alla leggenda dei cristiani che lo hanno indebolito e non pensate che i barbari siano stati la causa principale del crollo.

Le invasioni barbariche furono l’effetto di un disfacimento generale determinato dalla eccessiva pressione fiscale; troppe tasse per mantenere la macchina burocratica e militare portarono molti a preferire darsi schiavi o rifugiarsi nei boschi perché lavorare non conveniva più; mancando le entrate, gli imperatori invece di ridurre i sempre più affamati burocrati, tagliarono le truppe e o barbari invasero.

L’idea di mettere un tetto agli stipendi è comunque demenziale. Se i manager pubblici sono incapaci vanno cacciati, ma se a pari responsabilità percepiscono retribuzioni pari fino a un decimo dei colleghi del privato chiedetevi chi è il pazzo che accetterebbe quel posto. A meno che non sia implicito che si possa rifare rubando. Ma anche rubare è più rischioso nel pubblico che nel privato. Su molte aziende incombe la Corte dei conti, con le sue stangate di danno erariale e tutto per uno stipendio non superiore a quello del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Senza il benefit del Quirinale, però, è un tetto di paglia marcia.

Certo fa impressione, al popolo dei descamisados da mille e anche meno euro al mese, pensare che ci sia il capo della loro azienda che di euro al mese ne guadagna centomila, anche se solo lordi.

Mauro Moretti, capo delle Ferrovie, ha ragione a dare l’altolà alla stupida demagogia di Matteo Renzi e accoliti. Meglio che il capo delle Ferrovie prenda 800 mila euro piuttosto che 100 o poco più, lordi, perché poi non capisci come vivano nel benessere lui e i familiari. Perché un giovane onesto e capace dovrebbe intraprendere una carriera nel settore pubblico o lasciare una carriera promettente nella finanza privata per entrare nell’industria pubblica, come Alessandro Pansa di Finmeccanica?

Se le aziende pubbliche perdono, l’unica colpa dei manager è di obbedire ai loro azionisti, che sono i capi dei partiti. Sono i capi dei partiti che impongono le operazioni scorrette (vedi, a caso, Lega-Finmeccanica)  e le assunzioni clienterali.

Nella polemica sono intervenuti in tanti, contro Moretti e in genere i capi delle aziende pubbliche. Ha perso un’occasione per tacere, o forse, al contrario, l’ha colta al balzo per unirsi al coro, proprio il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi. Ha parlato anche Diego Della Valle, che ha dalla sua quella di essere diventato ricco facendo scarpe a margini altissimi ma che in questo caso non avrebbe dovuto parlare: il suo attacco a Moretti si può comprendere con il fatto che Mauro Moretti ne ha fatte di tutti i colori a Italo, il treno in cui Della Valle ha investito molto denaro. Così facendo peraltro Moretti ha dimostrato di fare bene il suo mestiere, anche difendendo il monopolio della sua azienda. Non tocca al monopolista tutelare il mercato, ma al Governo e alla autorità eventualmente preposta a regolarlo.

La strada imboccata da Renzi non porta a sinistra, almeno per chi intende di sinistra lo sforzo di fare crescere i meno fortunati e i meno privilegiati, non di trascinare in basso e punire chi sta meglio.

Sulla strada tracciata dal padre del Giustizialismo, il dittatore argentino Juan Peron, era già avviato Berlusconi, il quale, a parte favorire le sue tv e tutelarle al punto di asservire al loro interesse un partito e, per suo tramite, il Parlamento e lo Stato stessi, una cosa di destra che sia una nemmeno al diavolo risulta l’abbia fatta.

Mentre in Italia sviluppa il suo giustizialismo e peronismo sull’Arno, Matteo Renzi fa da tutto per confermare la continuità con Berlusconi e che gli italiani non sono altro che simpatici venditori di fumo e di calze da donna o di portaerei, ma sempre con qualche sotterfugio così mal dissimulato che viene subito svelato.

Il Conte Fosco venne scelto come personaggio chiave di un “mystery” inglese di metà ottocento, “La signora in bianco”, base di un musical di successo di Andrew Lloyd Wright: fosco di nome e di fatto, torbido, imbroglione, Machiavelli di serie B. Scoperto a teatro nell’era Berlusconi ti faceva sobbalzare: è lui, dicevi.

Ora c’è Matteo Renzi, prigioniero di un inesorabile processo di assimilazione.

Sul piano della politica, invece, Renzi sta superando il maestro, ne rappresenta l’evoluzione. Non parla male dei comunisti, ne è diventato il capo. Lo hanno scelto, anzi in molti si sono buttati fra le sue braccia, già militanti duri e puri, avendo capito che con gente come Pierluigi Bersani il Partito avrebbe fatto poca strada.

Ora li sta uccidendo, non con le armi, non col voto, ma con sola la faccia presentabile tra i movimenti di massa dell’anti comunismo, il peronismo.

Già ci si era avvicinato Berlusconi, quando aveva abbandonato le sue giacche blu con cravatte a pallini tutte uguali per quelle camicie o giri collo neri un po’ da teppista un po’ da gigolo. Li unisce un disegno che parte da lontano, vede nel comunismo l’unico grande nemico e nel malessere delle grandi masse popolari, specie se non operaizzate come ormai è il caso delle nostre masse, una potenziale causa di ritorno a spinte rivoluzionarie non gradite.

 

 

 

 

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