Accorpamento feste per crescita Pil: forse in Cdm venerdì. Come un’estate fa?

Pubblicato il 17 luglio 2012 0:06 | Ultimo aggiornamento: 17 luglio 2012 0:53

Meno numeri in rosso sul calendario per far crescere il PilROMA – Un’estate fa al ministero dell’Economia c’era Giulio Tremonti che lanciava un’ideona per far crescere di qualche millesimo di punto il Pil italiano: un accorpamento delle festività per aumentare i giorni lavorativi e dunque il prodotto interno lordo. Ora l’ipotesi rischia di acquisire a pieno titolo l’appellativo di “ideona” (termine caro al ministro Passera) perché in ambienti governativi, scrive l’Ansa, si vocifera che meno numeri in rosso potrebbero comparire sul calendario 2013. E il “sacrilegio” potrebbe compiersi già dal prossimo Consiglio dei ministri di venerdì sulla base del parere di quattro ministeri chiave.

Dell’ipotesi di ”razionalizzare” le festività si è discusso nel preconsiglio svoltosi lunedì a palazzo Chigi. In particolare, il sottosegretario Antonio Catricalà avrebbe chiesto ai tecnici di diversi dicasteri di presentare entro breve un parere in modo che il provvedimento possa arrivare sul tavolo del Consiglio dei ministri già questo venerdì.Non si conoscono ancora i dettagli del testo. Tuttavia, alcune settimane fa, il sottosegretario Gianfranco Polillo, aveva sottolineato che ridurre il numero di giorni non lavorati in una settimana avrebbe portato ad un aumento del pil di circa un punto percentuale.

Altre fonti di Governo si limitano a confermare che l’ipotesi di una razionalizzazione delle festività è in campo, sottolineando però che si attende il parere di ”quattro ministeri chiave” per capire se si potrà intervenire già questa settimana

Già lo scorso anno erano finite nel mirino del governo feste laiche e patronali. Si erano salvate solo quelle concordatarie, come quella del 29 giugno, San Pietro e San Paolo, perché intoccabile in virtù degli accordi internazionali con la Santa Sede, insieme al 25 dicembre, Natale, o il 15 agosto, l’Assunzione. Per tutti gli altri patroni si era aperta invece la via del decreto.

Per le feste patronali ”rilevanti e non accorpabili” alla domenica si poneva “il problema di un decreto – spiegava l’allora ministro Tremonti – ma in ogni caso riguarderà solo il territorio con un effetto minimo sul Pil”. Da qui i tanti dubbi su come muoversi in un terreno tanto complicato. Appoggiare alla successiva anonima domenica le celebrazioni di Sant’Ambrogio che i milanesi celebrano il 7 dicembre? Oppure chiedere ai napoletani di prendere un giorno di ferie il 19 settembre per partecipare alla processione della festa di San Gennaro e assistere ai riti sulla reliquia di sangue per vedere se si scioglie? Stesso discorso vale per il 25 aprile. Non solo è la festa della liberazione, festa laica e dunque eliminata, ma a Venezia, e anche a Latina, è San Marco, con le varie celebrazioni patronali. E così è a Catania il 5 febbraio per Sant’Agata o il 4 settembre a Viterbo per Santa Rosa. Per non parlare del nostro Babbo Natale, che in realtà è San Nicola e che a Bari, ma anche a Sassari, si festeggia il 6 dicembre.

Le festività dei mille campanili d’Italia sono particolarmente sentite e nelle Finanziarie di anni e anni fa c’era la corsa all’emendamento del deputato o senatore di turno per finanziare una pro-loco o una vera e propria festa patronale. Non esente neanche l’ultima legge mancia: tra i 63 micro-interventi figurava anche un fondo per la Festa dei ceri che si fa il 15 maggio a Gubbio proprio nell’ambito delle celebrazioni per il Santo patrono, sant’Ubaldo. Ci riprova il governo Monti a razionalizzare la giungla delle festività?