Indignati e black bloc a Roma: verità dei giornali a confronto

Pubblicato il 16 ottobre 2011 12:10 | Ultimo aggiornamento: 16 ottobre 2011 21:02

Indignati a Roma (LaPresse)

ROMA – Le cifre e la cronaca sono più o meno simili: la Repubblica e  Il Giornale riportano dei dodici arresti, dei 70 feriti, dei saccheggi e delle devastazioni. Su tutti i giornali ci sono le immagini di Roma sventrata e ferita, le facce insanguinate, l’amarezza di chi in piazza c’era andato solo per manifestare in pace.

Quando si sfogliano le pagine e si arriva alle analisi, però, si resta spiazzati. I racconti divergono in modo inconciliabile e sembra che a Roma di cortei ce ne siano stati diversi, uno per schieramento politico. Prendiamo la sinistra e partiamo da Repubblica. Qui la cronaca, dettagliatissima, è affidata a Massimo Lugli che parte da un particolare , forse il più impressionante della giornata di sabato, quello della camionetta sequestrata e incendiata dai black bloc.

Da lì si snoda il racconto di una giornata da dimenticare, con i manifestanti e la polizia prigionieri di qualche migliaio di violenti che hanno messo a ferro e fuoco la città. Segue una messa a fuoco dei violenti, tra deliri alcol e slogan da samurai.

Basta voltare qualche pagina e Carlo Bonini prova ad analizzare quanto accaduto. Dalle prime righe si capisce il taglio: “In un giorno che sembra non debba finire mai, il questore di Roma Francesco Tagliente e il suo dispositivo di ordine pubblico conoscono la loro Caporetto”.  Quindi la spiegazione: poca polizia e, soprattutto, guidata male.

I “neri” – scrive Bonini – hanno avuto gioco facile. Conoscevano il “format”. E hanno pianificato prima, e fatto poi, esattamente ciò che era in grado di mandarlo in corto-circuito. Hanno usato il corteo per proteggersi. Non ne hanno mai lasciato l’alveo, trasformandone il percorso in un sentiero di devastazione. Un sentiero che conoscevano e che avevano “armato” alla vigilia (come dimostra il ritrovamento in via Cavour, ieri sera, di una borsa con una decina di molotov e un cumulo di assi necessarie a costruire una rudimentale ariete). Consapevoli che non avrebbero incontrato resistenza”.

E qui arriva quello che secondo Bonini è il tragico errore della Questura: “”Alle 16, quando la prima scia di devastazione ha acceso il corteo in via Cavour, il questore prende la decisione destinata a trasformare le ore che restano in una battaglia che lo lascia sconfitto. In Largo Corrado Ricci, c’è infatti la possibilità di tagliare il corteo con i reparti schierati a protezione della “città proibita”. “Di andare dentro”, come grida qualche funzionario alla ricetrasmittente per andarsi a prendere quella cinquantina di “neri” che, per altro, il corteo ha isolato e, in qualche caso, anche aggredito a bottigliate. Ma Tagliente ordina che i reparti non lascino i varchi. L’idea è che i “neri” possano ritenersi sazi del bottino sin lì raccolto. Ovvero, come in serata spiega una fonte qualificata della Questura, che “quella prima devastazione in via Cavour sia solo una provocazione per spingere a una prima carica e far sguarnire così di uomini e mezzi i varchi che bloccano l’accesso verso Piazza Venezia, palazzo Grazioli, il Corso e dunque il Parlamento”. Di più. In largo Corrado Ricci, il questore è convinto che “non esistano i margini di sicurezza per intervenire”.