Betancourt, in un libro l’orrore della prigionia: “Il sequestro mi ha insegnato che ce la si può sempre fare”

Pubblicato il 23 Settembre 2010 - 11:35 OLTRE 6 MESI FA

Ingrid Betancourt

Detenuta dalle Farc nella giungla della Colombia per 2321 giorni: a due anni dalla liberazione, Ingrid Betancourt torna a raccontare quei momenti. Lo fa con un libro, scritto, dice “per cancellare gli incubi”.

Perché è di notte che le giornate del sequestro riaffiorano: “Sogno di essere all’aeroporto. O in una stazione. Potrebbe essere Charles De Gaulle o un posto qualsiasi nella mia Colombia. Oppure è un palazzo: un grattacielo come questi a New York  e loro sono là: i miei guardiani. Riconosco le uniformi: rivedo quei volti, rivivo l’orrore. Mi cercano. Mi inseguono. Mi acchiapperanno di nuovo”. E quando si sveglia, “ci vuole ancora qualche secondo per realizzare dove mi trovo davvero”.

Ha scritto un libro di settecento pagine e un titolo preso da Pablo Neruda: “Non c’è silenzio che non abbia fine”. I cinque tentativi di fuga, l’amicizia con due compagni di prigione, il senatore colombiano Luis Eladio “Lucho” Perez e l’americano Marc Gonsalves, gli screzi con la sua assistente Clara Rojas, incinta da un guerrigliero delle Farc. E il suo ammino religioso.

Adesso è finita davvero? “Mi sento serena. Questo libro è stato anche la mia terapia. Mi ero detta: ho bisogno di ricostruire tutte le mie relazioni. Ho bisogno di ritrovare la mia famiglia e i miei figli. Tante volte in tutti questi mesi avevo provato a parlarne: ma era difficile anche con loro. Avevano 13 e 16 anni quando sono stata rapita. Quando sono tornata erano ormai adulti. Il libro è stata una cura. Tutti i giorni dalle 9 alla sera alla 5. Nessuna interruzione, scritto tutto a mano. Dovevo ritrovare le misure con me stessa. Il mio mondo: una scrivania, una risma di carta, qualche barretta di cioccolato. Scrivevo e prima di scannerizzare e spedire alla mia editor leggevo a mia madre. Piangevamo insieme. Ridevamo insieme. Dal gennaio 2009 fino a Natale sono andata avanti così”.

“E pensare che il primo libro da “grande” che avevo regalato a mia figlia era Il Conte di Monte Cristo. Se prima del sequestro mi avessero detto che un giorno tutto questo sarebbe potuto capitare a me – beh, avrei sbuffato. Vedo già la risposta che avrei dato: piuttosto che passare attraverso quell’inferno mi farei ammazzare. Ecco: questo libro è il tentativo di raccontare come la vita non avanza sempre linearmente. Non è tutto bianco o nero. Ma ce la si può fare”.

Ma se le si chiede se abbia mai pensato al suicidio, lei nega con forza.  “Nel libro racconto che negli ultimi mesi mi stavo lasciando andare: ma quella è l’accettazione della morte come ultima forma di libertà. No, il suicidio no”.

“Sono sempre stata credente a modo mio. Lo so, lo so, la Chiesa e tutto il resto: difficile capire. L’aborto? Ma pensate anche a cose più semplici: chi dà il diritto di vietare ad alcuni di avvicinarsi alla comunione, di avvicinarsi a Dio? Però da quando sono stata liberata vado a messa tutte le domeniche. E gli oggetti più cari che mi sono portata dietro dalla giungla sono proprio il mio rosario e la mia bibbia. La preghiera come disciplina. Prima invece Dio c’era solo quando faceva comodo: e a volte era meglio che si voltasse dall’altra parte”.

Nei loro libri, i compagni di prigionia l’aveva descritta come “egoista e privilegiata”. “Una delle tante cose orribili delle Farc, dice Betancourt, è essere riusciti a dividerci. Io quei libri non li ho letti neppure perché ero impegnata sul mio e non volevo essere condizionata. Però sapete che cosa vuol dire vivere 24 ore su 24 nelle condizioni in cui eravamo? Legati gli uni agli altri? Costretti a fare i propri bisogni davanti a tutti? Le Farc ci hanno fatto tirare fuori il peggio di noi stessi”.

Ma c’è un insegnamento fondamentale che le hanno lasciato quei 2321 giorni d’inferno: saper apprezzare la libertà: “è una riconquista quotidiana. Quanto mondo mi sono perso? I miei ragazzi mi avevano preparato al computer una sorta di medley: tutti gli spezzoni di film più belli che non avevo potuto vedere in questi anni. Un mio amico a Parigi mi ha fatto recapitare un valigione di dvd. Ho pianto guardando Le vite degli altri: in fondo anche quella è la storia di una vita sotto lo sguardo di un carceriere”.

In catene invece erano stati un dizionario Larousse e un capitolo di Harry Potter le uniche letture di Betancourt: “Mi piacerebbe incontrare J. K. Rowling: farle sapere i miracoli che la sua fantasia è riuscita a portare nella mia gabbia”.