Libano: quando si ricostruisce accanto ai carri armati

Pubblicato il 19 maggio 2010 19:48 | Ultimo aggiornamento: 20 maggio 2010 9:59

Una soffice distesa di colline, punteggiate dalle macchie verdi degli ulivi, un luogo incantevole, baciato dalla fortuna e dal clima, il posto ideale, insomma, per un luogo di villeggiatura. Così si presenta agli occhi del viaggiatore questo pezzo di terra adagiata sul bordo del fiume Wazzani.

Ma l’idillio fa presto a svanire. Una buona vista basta a scorgere al di là delle collinette, i posti di accesso, il filo spinato, militari in divisa. Questo è il Libano; a pochi metri sorge la frontiera con Israele. Siamo in uno dei confini più pericolosi e instabili del mondo. Un posto dove nessuno dotato di buon senso penserebbe mai ad aprire un centro di villeggiatura.

E invece, contro ogni logica, qualcuno ci ha pensato. Questa è la storia di uno degli investimenti meno oculati e prudenti del mondo, quello che da mesi sta portando avanti Khalil Abdullah. un imprenditore libanese che ha avviato qui i lavori per la creazione di un centro turistico. A un tiro di schioppo dai tank israeliani, operai siriani alzano giorno dopo giorno un complesso di lusso: Tre piscine all’aperto, pavimenti di marmo, ristorante in stile marocchino. «Un sacco di persone ci dicono che siamo pazzi ad investire milioni di dollari in questo affare» – ammette l’imprenditore cinquantottenne, nicchiando alle domande che il giornalista gli rivolge sulla guerra. Con un gesto della mano, come a mandarla via.

Eppure la guerra è a pochi metri. Il Sud del Libano d’altronde ci è abituato. Occupato per 18 anni dall’esercito israeliano, colpito dalla guerra del 2006, la regione è da sempre pronta al peggio. Alcuni libanesi ancora oggi continuano a fare provvigioni in vista di un imminente conflitto. Un conflitto che molti analisti non ritengono un semplice spauracchio.

L’escalation di tensione causata dagli sviluppi dei negoziati sul nucleare americano, così come il ruolo di Hezbollah nel Libano, rendono gli animi in Israele particolarmente sensibili. Come già successo nel 2006, si teme che il paese dei Cedri sia il teatro di detonazione per i mal sopiti conflitti della regione, in particolare quello tra Israele e l’Iran. Il partito di Dio, l’Hezbollah, foraggiato da Teheran, diventerebbe in questo quadro la carta giocata dal regime di Ahmadinejad nella sua guerra indiretta contro il governo di Tel Aviv. I leader israeliani e dello Hezbollah avevano già fatto sapere che il prossimo conflitto sarebbe stato quello decisivo.

Nuvole nere all’orizzonte, ma Abdullah continua a costruire. Suo nonno possedeva un pezzo di terra sul confine, anni fa, prima della guerra civile, prima dell’invasione israeliana e al giornalista del New York Times che lo intervista, rivela che sogna di edificare questo centro da almeno quindici anni. I lavori vanno spediti, presto si avranno le sessanta stanze previste, e l’apertura ufficiale si terrà alla fine di giugno. «Stiamo anche costruendo una sala conferenze e mi piacerebbe – dice – che un giorno si svolgessero qui colloqui di pace».

Il centro sembra il modo migliore per abbattere tutti i pregiudizi su questo Sud del Libano, visto come un rifugio di miliziani sciiti, donne velate, famiglie tradizionaliste. «Non c’è Hezbollah da queste parti – dice Yousef Hamzi, l’ingegnere, sorseggiando un bicchiere di whiskey – La nostra resistenza è fare la pac.e» Malgrado le guerre, passate e incombenti, il Libano è anche questo. Sperando che quello che costruiscono gli uomini non lo distruggano poi i carri armati e le bombe.