Austerity, sfida alla Germania. Ora tutti guardano a Letta

Pubblicato il 26 Aprile 2013 10:31 | Ultimo aggiornamento: 26 Aprile 2013 10:31
Austerity, sfida alla Germania. Ora tutti guardano a Letta

Austerity, sfida alla Germania. Ora tutti guardano a Letta

ROMA – Austerity, sfida alla Germania. Ora tutti guardano a Letta. “Assolutamente fondamentale, ed è questa la bandiera italiana che voglio alzare nella commissione europea, sarà il growth compact. Regola aurea che scomputi dalle regole per l’austerità le spese per investimenti in sviluppo e capitale umano”: lo ha ripetuto ancora ieri Enrico Letta ai parlamentari grillini nella riunione in diretta streaming. Lo aveva già detto il giorno stesso dell’investitura, “la Ue può cambiare le politiche di austerity”, suscitando grande interesse e apprezzamento in quella parte europea che confida nel cambio di passo, che guarda all’Italia come al grimaldello utile a forzare e vincere le resistenze rigoriste.

Che al momento prevalgono. Quando il ministro delle finanze tedesco Schäuble ha ascoltato il primo intervento di Enrico Letta è scattato subito. Secondo lui è semplicemente “sciocco”, anche se umano e comprensibile, dare la colpa ai tedeschi per la crisi e la mancata crescita. Ha dovuto ascoltare frasi come questa: “serve un forte impegno in Europa, anche per cambiare quelle politiche troppo attente all’austerità che non sono più sufficienti”. Rispetto alle quali non si è limitato a mostrare i soliti sussiego e condiscendenza, stavolta un certo insopprimibile disprezzo non è riuscito a dissimularlo: “se ora proprio noi crediamo che l’Italia sia un modello di come si deve fare per portare l’Europa sul cammino di una crescita stabile, beh, vuol dire che nelle ultime settimane mi sono perso qualcosa”.

Ma l’irritazione è rivelatrice di una inquietudine profonda: le parole di Letta sono state viste da molti, a cominciare dal Financial Times, come l’avvio di un ripensamento vero e profondo sul tema dell’austerity. La Germania del rigore occupa il questo fronte praticamente da sola (a parte la Finlandia e il piccolo Lussemburgo). Non sfugge a nessuno come i tedeschi sotto pressione reagiscano con una chiusura a riccio su rigore e austerity perché la lunga campagna elettorale sta entrando nel vivo (e sia Cdu che Spd non vogliono o non sanno spiegare che i destinatari delle politiche rigoriste, sia pur ampiamente meritate, si stanno nel frattempo strangolando da soli nel tentativo di rispettare i parametri imposti.

Un punto alto di mediazione, e forse qualcosa di più in vista di nuovi possibili sviluppi, lo interpreta il commissario agli affari economici Olli Rehn che ci tiene a rispondere al giovane ma ben conosciuto premier incaricato italiano: “Il ritmo del consolidamento di bilancio sta rallentando in Europa. Lo sforzo strutturale di bilancio sarà pari, in media, allo 0,75% del pil nell’eurozona, circa la metà dello scorso anno, che era pari all’1,5%”. Ma proprio in sede europea, la pressione sulle istituzioni per mollare la presa sui conti e trasferire le priorità dal rigore alla crescita si sta innalzando a livelli mai visti prima.

Pressione scaricata per ora sul parafulmine Rehn: “Non le servono gli auricolari per la traduzione –  si è arrabbiata la socialista portoghese Elisa Ferreira – per capire questa parola: basta!”. Anche Barroso, Commissario europeo si sta sintonizzando su altre frequenze, da tempo lo fa il Fondo Monetario Internazionale, un rallentamento dell’economia tedesca (-26% di utili di Volkswagen nel primo trimestre) si incaricherà di ribadirlo. Tuttavia, sono i governi che decidono e per il momento Angela Merkel non accetterà mai il principio di ricorrere al debito per far crescere l’economia, proprio quello che ci ha portati a questa interminabile congiuntura. Le fa eco il rappresentante tedesco alla Bce, il membro del board  Jörg Asmussen: “Rinviare il consolidamento di bilancio non è un pasto gratis: significa più alti livello di debito. E questo ha costi reali nell’eurozona dove il debito pubblico è già elevato”.