Bankitalia: 32% degli italiani senza lavoro sono poveri in tre mesi, ma meglio che nel resto d’Europa

Pubblicato il 6 Aprile 2010 19:57 | Ultimo aggiornamento: 6 Aprile 2010 21:40

La crisi economica c’è, i poveri sono tanti ma la propensione degli italiani al risparmio aiuta. E fa sì che l’Italia sia meglio piazzata nella classifica dei Paesi in difficoltà. Senza stipendio bastano tre mesi ad un italiano su tre per scivolare sotto la soglia di povertà, bruciando i propri risparmi. Ma sempre meglio di quello che capita da altre parti. Se, infatti, solo il 32% degli italiani che perdono il lavoro diventa povero nel giro di tre mesi, in Germania la stessa condizione tocca al 50% della popolazione.

A fare i conti in tasca agli italiani alle prese con la crisi internazionale è uno studio della Banca d’Italia secondo il quale se si trovasse improvvisamente senza redditi, e dovesse ‘andare avanti’ solo con la ricchezza finanziaria accumulata, il 32% degli italiani non avrebbe risorse sufficienti per reggere più di un trimestre. Una percentuale comunque molto inferiore a quella di altri Paesi: in Germania diventerebbe ‘povero’ in tre mesi il 52,3% dei cittadini; in Canada addirittura il 56,5%. L’Italia vanta infatti la ‘tenuta’ migliore tra tutti i paesi considerati nello studio (Canada, Finlandia, Germania, Italia, Norvegia, Regno Unito, Svezia e Stati Uniti) di fronte alle possibili difficoltà della vita, grazie soprattutto al «maggior risparmio a fini precauzionali».

Lo studio di Bankitalia che contiene questa sorta di “clessidra della povertà” affronta il tema di come misurare dal punto di vista economico e statistico l’indigenza e le situazioni di crisi. Il reddito annuo non basta, infatti, come indicatore per valutare lo stato di povertà: secondo il ‘working paper’ (che non rappresenta la ‘visione ufficiale’ di Palazzo Koch sul tema ma uno solo uno stimolo alla discussione) oltre alle entrate le famiglie possono contare anche sui propri beni, come la casa o le risorse finanziarie. I tradizionali misuratori della povertà si basano solo sull’individuazione di una soglia di reddito minimo.

Considerando invece altri indicatori più complessi, che appunto mettono in campo oltre al reddito anche le ricchezze accumulate da singoli o famiglie, la quota di povertà potenziale nei principali Paesi industrializzati aumenta molto: «l’incidenza della povertà quando si guardi esclusivamente alla ricchezza netta totale risulta maggiore di 2-3 volte rispetto agli indicatori basati solo sul reddito», si legge nella sintesi che accompagna lo studio di Bankitalia. Insomma, nei paesi industrializzati esiste «un’ampia fascia di persone che pur avendo redditi superiori alla soglia di povertà sono vulnerabili al verificarsi di eventi negativi».

Non ancora poveri secondo i criteri della statistica ufficiale, ma di sicuro a rischio. Un rischio che però è meno forte nel BelPaese: l’Italia è infatti «il Paese in cui questa fascia risulta più limitata: ciò potrebbe riflettere – si sottolinea nel documento – un maggior risparmio ai fini precauzionali, connesso anche con la limitatezza degli strumenti di sostegno per le persone in difficoltà». Dunque l’incidenza della povertà in Italia «tende a ridursi di molto per effetto del livello elevato della ricchezza detenuta dalle famiglie del nostro Paese». Senza contare l’alta propensione degli italiani a vivere in case di proprietà: «l’abitazione – spiega ancora il working paper – rappresenta la componente principale del patrimonio delle famiglie meno abbienti».