Agli italiani non piace più fare nemmeno il cassiere. Lo fa l’immigrato

Pubblicato il 6 Febbraio 2012 10:44 | Ultimo aggiornamento: 6 Febbraio 2012 11:13

ROMA – Tanto scontato quanto vero: gli immigrati fanno i lavori che gli italiani non vogliono più. Ma oggi all’italiano non piace più fare nemmeno il cassiere. E se generalmente il rapporto è di uno a due: per un italiano che esce, entrano due stranieri. Ci sono categorie che l’ingresso di immigrati (142 mila) non riesce a rimpiazzare. I nuovi  abbandoni degli italiani (-330 mila) riguardano le posizioni di magazziniere, manovale, cassiere e bracciante agricolo. I dati sono riportati dal Sole24Ore che rivela i risultati di uno studio della Fondazione Moressa.

Raddoppiata, invece, la quota multietnica di cuochi, camerieri e baristi, che con saldatori e operai non qualificati hanno totalizzato il raddoppio in tre anni. Con questa over-sostituzione, dal 2007 al 2010, 30mila italiani sono stati rimpiazzati da poco meno di 60mila immigrati. Una sostituzione “perfetta” (-23mila italiani; +22.700 stranieri) è invece quella che si è verificata nel commercio ambulante e tra pittori, laccatori e parquettisti.

Italiani rimpiazzati anche tra le compagini di cuochi, camerieri e baristi, così come saldatori, montatori, lattonieri e addetti non qualificati nell’industria. Nel giro di tre anni sono usciti da queste categorie 30mila connazionali, circa il doppio i lavoratori immigrati che li hanno sostituiti. Si registra invece una sostituzione “perfetta” (-23mila italiani; +22.700 stranieri) nel commercio ambulante e tra pittori, laccatori e parquettisti.

Lo studio della Fondazione Leone Moressa ha osservato le prime 25 categorie professionali occupate dagli stranieri, registrando anche che per alcuni segmenti c’è stato un incremento sia della manodopera straniera sia di quella italiana. Gli addetti alle pulizie, ad esempio, hanno allargato le fila a 261mila stranieri e a 87mila italiani. Dinamiche simili anche per artigiani meccanici e operai specializzati in agricoltura.

dunque, a dispetto della crisi, sembrerebbe che gli immigrati lavorano di più. Il peso complessivo dell’immigrazione sull’occupazione è passato dal 6,5% al 9,1%.

Secondo il professor Emilio Reynieri, sociologo all’Università Bicocca di Milano non c’è da stupirsi perché “i  giovani italiani sono sempre di meno e cresce il loro livello di istruzione: è normale che seguano una strategia di ricerca selettiva del posto di lavoro, con aspettative elevate, scontrandosi però con un mercato dove le poche opportunità d’impiego create in questi anni riguardano posizioni scarsamente qualificate”.

Come se non bastasse, c’è da considerare che i dati Istat non comprendono gli stagionali e i conviventi con i datori di lavoro, due tipici settori di impiego degli immigrati. Né ovviamente i lavoratori privi di permesso di soggiorno. Se venissero inclusi, il dato complessivo dei lavoratori stranieri si aggirerebbe intorno ai tre milioni.  Servizi sociali e alla persona, costruzioni e manifattura: sono questi i tre settori a più alta concentrazione di stranieri. In quasi tutti i comparti, l’inquadramento è da dipendente (per lo più a tempo indeterminato), eccezion fatta per il commercio dove il 43% gestisce un’attività in proprio.

E se l’Italia risulta fanalino di coda in quanto a occupazione femminile, le donne non sono affatto ai margini se si considera la partecipazione degli stranieri: le lavoratrici rappresentano il 42% degli immigrati occupati, arrivando a superare l’80% nei servizi alla persona. Gli stranieri sono impiegati in primis in lavori dalla media e bassa qualifica: oltre un terzo in posizioni non qualificate, il 28,3% ricopre funzioni da operaio specializzato e il 14,5% è un professionista qualificato.