Reddito di cittadinanza è più di quanto guadagna un italiano su tre

di Dini Casali
Pubblicato il 27 febbraio 2019 7:00 | Ultimo aggiornamento: 27 febbraio 2019 11:17
Reddito di cittadinanza è più di quanto guadagna un italiano su tre

Reddito di cittadinanza è più di quanto guadagna un italiano su tre

ROMA – Il 30% dei contribuenti italiani, 12 milioni di lavoratori su 41, ha dichiarato un reddito annuale inferiore ai 10mila euro. Al netto della veridicità della dichiarazione (ma questo è un altro discorso) significa che grosso modo un lavoratore su tre può contare, lavorando, su entrate annuali non superiori a quelle che con il reddito di cittadinanza lo Stato si avvia a conferire in forma di sussidio agli italiani che non arrivano a 9630 euro, la soglia massima di reddito entro cui si può fare richiesta.

Anche a occhio non sembra l’incentivo più allettante per trovarsi un lavoro. Perché scomodarsi a faticarsi la giornata, sbattersi per trovare un impiego magari part-time, accettare buste paga leggere fino all’inconsistenza, sudarsi le proverbiali sette camicie per un contrattino a termine? Domanda più retorica della canzone sulla fine della povertà intonata da Di Maio: così concepito, con l’assurdo dei formatori e dei reclutatori dei centri di impiego precarizzati e destinatari di stipendi inferiori agli aspiranti percettori di sussidio, il reddito di cittadinanza disincentiva la ricerca di un lavoro o degli strumenti per trovarne uno. Piuttosto che una legge anti-divano, una pubblicità occulta di poltrone e sofà

Senza contare i disoccupati poveri ma di serie B creati dal sussidio, quelli “non abbastanza sul lastrico”, segnala Rita Querzé sul Corriere della Sera, che il reddito di cittadinanza schifa. Sono i “naspizzati”, i disoccupati percettori dell’ammortizzatore Naspi: l’aspirante al reddito può rifiutare il lavoro fino a 850 euro al mese per non vedersi sfilare l’assegno, un naspizzato no.

Dovrà accettare stipendi più bassi: per lui, infatti, la perdita dell’indennità scatta quando il lavoro rifiutato vale più dell’80% della Naspi, che a sua volta vale il 75% della retribuzione prima del licenziamento. Se consideriamo il reddito di Di Maio un provvedimento di giustizia sociale, la dea che la rappresenta porta a giusto titolo una benda sugli occhi, non per imparzialità ma perché davvero non ci vede un tubo.

(fonte La Repubblica)