Cari No-vax, parlate tanto di dittatura del vaccino: vi racconto qualche esempio per farvi capire la differenza Cari No-vax, parlate tanto di dittatura del vaccino: vi racconto qualche esempio per farvi capire la differenza

Cari No-vax, parlate tanto di dittatura del vaccino: vi racconto qualche esempio per farvi capire la differenza

Sento i no vax parlare di “dittatura” e mi è venuto voglia di raccontare qualche mia personale esperienza su alcuni regimi totalitari.

Ho provato per molti anni ad andare in Birmania. Ogni anno mi rifiutavano il visto, tanto che ci avevo rinunciato.

Poi una volta, mi sono trovato a passare casualmente davanti l’Ambasciata della Birmania ai Parioli. Avevo con me il passaporto, non ricordo perché.

Era luglio e stavo per decidere dove andare in vacanza.

Decido di riprovarci, parcheggio la macchina e entro nel consolato.

Ad un addetto italiano dico che mi era già stato rifiutato il visto.

Lui mi chiede che lavoro avevo indicato sul modulo della richiesta.

Glielo dico e lui mi suggerisce di scrivere altro, aggiungendo che l’iscrizione all’albo dei giornalisti era ancora meno indicato se volevo ottenere il visto d’ingresso in Birmania.

Scrissi genericamente “libero professionista”.

5 giorni dopo avevo il visto turstico.

Arrivai a Yangoon via Kuala Lumpur, con la richiesta prenotazione alberghiera.

Appena sbarcato, alla frontiera il poliziotto mi chiese il perché di quell’hotel. Vagli a rispondere. Qualcosa mi invento e mi lascia passare.

In hotel accendo la tv e gli unici programmi in onda erano immagini di sfilate e marcette militari, interrotte dalle chiacchiere incomprensibili di qualche impettito mezzo busto. Che se non lo avessi visto parlare muovendo la bocca avrei detto fosse stato imbalsamato qualche mese prima.

Neanche in un hotel a 5 stelle era possibile sintonizzarsi su qualche canale internazionale ad eccezione ogni tanto di qualche frequenza cinese.

Internet non ne parliamo proprio, e comunque i collegamenti, carissimi, erano monitorati e te lo dicevano pure.

La mattina prendevo un taxi per andare in centro.

Me lo chiamava un gentile signore che poi mi sono accorto stazionava davanti l’hotel tutto il tempo.

Io gli dicevo dove volevo andare e lui lo riferiva in birmano al taxi driver.

Tutti i giorni così.

Normalmente ci mettevo 5 secondi per dargli un indirizzo.

Lui impiegava 5 minuti per tradurlo al tassista.

In più di una occasione ho provato a chiedere all’autista cosa gli avesse detto in tutto quel tempo.

Solo uno volta, a mezza bocca, uno di loro mi rispose che il tizio gli aveva dato delle “indicazioni” senza peraltro aggiungere quali.

Ma era evidente che doveva tenermi d’occhio. E probabilmente riferire.

Questo, chiariamolo,  prima dell’ascesa al potere di Aung San Sun Sky.

Il viaggiatore solitario è sempre sospetto, come ho avuto modo di scoprire in tante occasioni.

Se viaggi solo devi prepararti a rispondere a mille domande ai confini. Chiunque abbia viaggiato da solo lo ha sperimentato di certo. Ovviamente non all’aeroporto di Parigi o di Madrid, ma altrove si.

Quella sensazione di essere “controllato” non mi ha abbandonato per tutto il tempo in cui sono rimasto in Birmania.

Persino nei templi buddisti.

Nelle dittature non devi preoccuparti dei poliziotti in divisa, che comunque vedi, occhiuti e presenti, ovunque.

Perché chiunque può essere un poliziotto, anche il bonzo interessato a sapere da dove vieni e perché sei andato in Birmania.

E poi la diffidenza della gente.

Nelle dittature la gente non parla, e meno ancora lo fa con gli stranieri.

Una guida a cui mi ero rivolto per una escursione, gentilissima e sorridente come è frequente in Asia, è riuscita per una intera giornata a non rispondere ad una sola delle domande che gli ponevo sulle condizioni di vita sua, della sua famiglia o dei suoi amici.

Tu gli chiedevi del suo stipendio e lei ti diceva (in perfetto italiano) dell’ultima dinastia cinese che ha governato la Birmania.

In una dittatura ti manca l’aria, come mi disse uno studente di Legge in Uzbekistan.

Hai paura di bere una birra in più e non perché ti faccia male, ma perché puoi dire qualcosa che non dovresti dire, come è accaduto diversi anni fa a Praga ad un musicista appena conosciuto, portato via di peso dalla polizia mentre chiacchieravamo del più e del meno davanti ad un bicchiere.

Sotto dittatura una donna viene arrestata solo perché avvicina uno straniero, come sa chi è stato in Bielorussia o in Moldavia, a meno che la ragazza non sia al soldo di quella polizia corrotta.

La dittatura è il lockdown imposto dal Governo cubano la sera delle elezioni americane, quando per le strade di Habana e di Santiago sfilavano i camion militari con la popolazione confinata in casa.

Nelle dittature vedi sfrecciare le auto della polizia con i vetri oscurati e senza targa come ho visto in Honduras,  non puoi fare fotografie se no ti sequestrano la macchina fotografica come mi è accaduto nella Albania comunista di tanti anni fa.

Nelle dittature ti trattengono alla frontiera per ore se non rispondi esattamente alle stupide domande del doganiere che voleva sapere “esattamente” quanto tempo prima ero stato in Cina (cosa che sapeva benissimo prima di chiedermelo), come mi è accaduto alla frontiera marittima di Shenzen.

Queste sono le dittature, cari no vax impauriti dalla punturina.

Chiedete un po’ in giro a chi ci ha vissuto sotto una dittatura, ai profughi, rifugiati, protetti umanitari, ce ne sono tanti, fatevelo spiegare da loro cosa è un regime totalitario.

E se lo capite vediamo se riuscite ancora a sfilare nelle piazze italiane coi giubbottini all’ultima moda  cianciando di “dittatura”.
 
 
 
 
 
 

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